Boeri sbaglia: perché gli immigrati non servono alle pensioni

21 luglio 2017 ore 12:26, Luca Lippi
Tito Boeri, presentando la relazione annuale dell'istituto (Inps) ha sostenuto che:Una classe dirigente all'altezza deve avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”. Ovviamente l’affermazione dell’economista merita un approfondimento. Se a dire una cosa del genere è un economista dello spessore di Boeri non si può abiurare il pensiero a priori. Tuttavia è possibile farlo dopo una meditazione accorta. Di fatto i numeri dimostrano che la posizione del presidente dell’Inps è vagamente ideologica. 
E allora la domanda sarebbe un’altra e la risposta dovrebbe essere formulata così: quali sono le reali aspirazione dell’economista per il suo futuro ‘pubblico’ e/o ‘politico’?
Per fare crescere il lavoro stabile bisogna incentivare le assunzioni e anche le nascite, per non ritrovarci tra 20 anni senza nuova forza lavoro da impiegare. Questo è un concetto accademico e anche fondante. Uscendo dai rivoli ideologici questa è la sola ricetta per mettere in sicurezza il sistema pensionistico nazionale.   
Allo stato dell’arte, la fotografia del Paese sulla questione è la seguente: l’Istat scrive che 5 milioni sono i cittadini stranieri, l'8,3% della popolazione. Di questi gli occupati ricoprono prevalentemente posizioni non qualificate e solo la metà possiede un diploma, mentre uno su dieci ha un titolo universitario. Sempre i dati indicano che al momento l'immigrazione è solo un costo per lo Stato. 
Boeri sbaglia: perché gli immigrati non servono alle pensioni
Tuttavia, l’immigrazione può trasformarsi in un investimento (e comunque qualsiasi investimento trova il suo start da un costo), però l’investimento dell’Italia sull’immigrazione (per fare un esempio) non è lo stesso del medesimo investimento fatto dalla Germania.
Se si considera che da noi gli immigrati sono occupati prevalentemente nella manovalanza a basso prezzo, spesso sfruttati da qualche italiano furbo che li fa lavorare in nero (quindi non solo non genera entrate per l’Inps, ma addirittura ne sottrae) contestualmente genera l'effetto di abbassare gli standard lavorativi per tutti. Inoltre, poi, emerge la cantilena ‘falsa’ che certi lavori gli italiani non li fanno più.
  
DATI
In Italia abbiamo 1,38 persone attive per ogni pensionato, un dato piuttosto basso che corrisponde a un tasso di occupazione pari al 61,6%, contro una media europea del 70%. L'obiettivo è portare il rapporto tra lavoratori e pensionati a 1,5, con 24 milioni di impiegati e 16 milioni di pensionati. Al 2038, secondo gli impegni presi a Lisbona dall'Italia, il target è di avere un tasso di occupazione all'80%. C'è quindi un margine interno di stabilizzazione del sistema, indipendente dai migranti che arriveranno. 
Con il 71,7% di uomini e il 51,6% di donne occupati e gli obiettivi che il Pese si è posto, non è poi così determinante cercare immigrati per tenere in piedi il nostro sistema. A questo punto la domanda è reverse; tutti i sodli che stiamo investendo nell’immigrazione siamo così sicuri che siano necessari e sufficienti per trasformarli in un prossimo futuro in entrate utili?   

IL PROBLEMA VERO PER L’INPS
Guardando al lavoro tra qualche decennio il problema vero è il crollo del tasso di natalità, con l'aumento dell'età media in cui si diventa genitori. Quindi i soldi che stiamo sperperando nell’accoglienza (sperpero tecnico, non ideologico) dovrebbero essere investiti nelle politiche di sostegno alla maternità, con interventi organici che non si riducano a semplici bonus. 
Inoltre bisogna ridurre il costo del lavoro per permettere ai giovani di accedere al mercato del lavoro, tagliando la componente fiscale. Solo in questo modo è possibile sviluppare il mercato del Paese, scegliendo di investire in maniera diversa i costi che già oggi sosteniamo. 

GLI SPRECHI NON SONO SOLO NELL’ACCOGLIENZA
Investire la massa liquida impiegata nell’accoglienza è solo una parte, un altro spreco di risorse si individua nella spesa sanitaria, si tratta di circa 9,15 miliardi di euro, considerando una spesa pro capite di 1.830 euro per 5 milioni di cittadini. Ma anche all'istruzione, alle prestazioni sociali in generale, ai sussidi per le abitazioni. 
Sono tutti soldi che non tornano indietro dalle tasse o dai contributi che gli stranieri versano. La gran parte dei lavori che gli immigrati svolgono sono in nero ed è lo stesso Stato a non essere in grado di portare ordine e giustizia. La teoria di Boeri è persa in partenza proprio perché è lo Stato italiano a non poter controllare i lavoratori sfruttati nei nostri campi in sud Italia o le tasse che dovrebbero pagare i negozi gestiti da stranieri. Inoltre questi uomini e donne sfortunati assorbono risorse preposte all’assistenza sanitaria e sociale senza contribuire in alcun modo. 

IN CONCLUSIONE
Se è vero, come è vero, che la denatalità è un problema, e se è vero che rischiamo in 50 anni di essere 11 milioni di persone in meno, è altrettanto vero che 11 milioni di persone in più da mantenere, invece, sarebbe un grave problema.
È inoltre un grave nodo sociale quello in cui il problema della clandestinità si lega indissolubilmente con quello del lavoro nero, dello sfruttamento e della corsa al ribasso negli stipendi, a danno non solo loro ma di tutti gli italiani.
È utile distinguere a chi non fosse ancora chiaro: gli immigrati regolari che lavorano sono benvenuti. I clandestini no. Qualcuno ha spiegato a Boeri che nessuno ha posto il blocco delle frontiere agli stranieri ma solo ai clandestini? La legislazione più severa nei confronti dell’immigrazione è proprio quella comunitaria, la quale permette di non garantire le cure sanitarie ed il welfare in generale ai migranti regolari, figurarsi agli irregolari (direttiva 2011/95/CE).

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autore / Luca Lippi
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