Mps, ecco il piano Salva-Risparmio di Padoan. Quali rischi e perché

22 dicembre 2016 ore 22:44, Luca Lippi
Ricostruiamo il piano A e B del Ministro dell'Economia.

Adesione obbligazionisti all’aumento di capitale
L’obiettivo era piuttosto ardito, 5 miliardi non sono mai stati nella disponibilità degli obbligazionisti (privati e istituzionali). Tuttavia, quello che è stato sottolineato come un fallimento non lo è stato affatto! L'adesione degli obbligazionisti retail è stata abbastanza massiccia, oltre quota un miliardo per un totale di 2,45 mld, ma non sufficiente a far andare in porto l'operazione di mercato, complice l'assenza del tanto auspicato "anchor investor", il fondo del Qatar, che si è sfilato da ogni impegno (nelle scorse settimane si parlava di un suo possibile impegno nell'aumento di capitale per 1 mld di euro). Se il Qatar avesse aderito, il piano di Moretti sarebbe stato perfetto, ma siccome dei fondi sovrani d’oriente farebbero bene a non fidarsi anche le società di calcio, Padoan aveva già pronto il piano “B”.  

Il piano “B”
Oggi dovrebbe arrivare il decreto del Tesoro che metterà a disposizione 20 miliardi di euro per mettere in sicurezza il settore bancario (si legga intervento pubblico). Non è ancora chiaro quanto verrà investito per la sola Mps, con il Tesoro che con ogni probabilità andrà a detenere ben oltre il 50% del capitale di Mps. Il ministro, Pier Carlo Padoan, non ha voluto fare valutazioni specifiche sui singoli istituti. Padoan però, ha rassicurato che gli impatti sui piccoli risparmiatori saranno minimizzati o resi inesistenti. Il paracadute per i 40.000 obbligazionisti subordinati di Mps sarà inserito nel decreto. Partirà quindi il burden sharing, che consente una ricapitalizzazione precauzionale. Secondo quanto riferisce Repubblica, sarà presumibilmente di 5 mld tenendo al riparo correntisti e obbligazionisti senior. L'obiettivo del Governo è quello di salvare i 2 mld che i risparmiatori al dettaglio hanno investito nel 2008 (bond subordinato Tier II 2008-2018) per finanziare l'acquisizione di Antonveneta. 

Cos’è il burden sharing

Il fallimento delle soluzioni di mercato in generale può sfociare in due alternative: burden sharing (la ricapitalizzazione precauzionale) o bail-in (la risoluzione, che comporta delle conseguenze molto più traumatiche). Il burden sharing (letteralmente significa “condivisione degli oneri”) è una procedura contemplata dalla normativa in vigore fino alla fine del 2015. In caso di dissesto di un istituto di credito, era previsto che prima dell’intervento dello Stato venisse ridotto il valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate (o la conversione in capitale di queste ultime). In pratica questo meccanismo è ancora applicabile alle banche solventi, che però sono state bocciate agli stress test a cura dell’Eba: è il caso di Mps, il cui ampio fabbisogno di capitale è stato certificato dall’Autorità Bancaria Europea proprio a fine luglio. Nel dettaglio, per evitare che la situazione degeneri, lo Stato può mettere sul piatto dei fondi pubblici, a patto però che vi sia una condivisione degli oneri. Gli azionisti e i possessori di obbligazioni subordinate partecipano al rischio, mentre i correntisti sono maggiormente tutelati, a differenza di quanto accade con il bail-in.

Ricordiamo anche cos’è il Bail-in

Il bail-in è entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno e (come si legge in una nota di Bankitalia) prima del coinvolgimento del Fondo di risoluzione prevede “la riduzione del valore nominale non solo delle azioni e delle obbligazioni subordinate, ma anche dei titoli di debito più senior, quali le obbligazioni ordinarie e i depositi di importo superiore ai 100.000 euro”. Il bail-in segue una determinata gerarchia: esso viene infatti applicato prima alle azioni, poi agli altri titoli di capitale e ai debiti subordinati, ai debiti chirografari, (incluse le obbligazioni ordinarie emesse dalla banca in crisi) e infine ai depositi sui conti correnti superiori ai 100.000 euro.  

A questo punto la domanda sorge spontanea:
Se il burden sharing è stato sostituito dal bail-in a partire dal primo gennaio 2016, allora perché viene ancora indicato come una strada percorribile nel caso di Mps? La risposta arriva dalla sentenza relativa al salvataggio di 5 istituti sloveni emessa della Corte di Giustizia europea lo scorso 19 luglio. La Corte ha di fatto legittimato la coesistenza del burden sharing e del bail-in, sottolineando che quest’ultima procedura, per quanto corretta, non è necessariamente obbligatoria. Ad ogni modo - recita il verdetto - l’aiuto di Stato va limitato al minimo necessario.  

Le tre soluzioni di Padoan
Padoan starebbe lavorando a tre soluzioni alternative. Secondo quanto riporta Repubblica, la prima è la conversione forzosa delle obbligazioni subordinate in azioni, con un prezzo che sarà inferiore e di conseguenza potrebbe essere previsto un meccanismo di integrazione. Il secondo schema è quello dell'azzeramento delle subordinate e ristoro successivo dei risparmiatori. La terza soluzione invece il riacquisto da parte dello Stato di tutte le obbligazioni subordinate.

Mps, ecco il piano Salva-Risparmio di Padoan. Quali rischi e perché
Perché il Salva-risparmio non è una operazione esclusiva di Mps?

È importante anche non demonizzare Mps; se la crisi del 2008 non avesse investito globalmente tutta la finanza, di Mps non avrebbe parlato nessuno e si sarebbe confermata romanticamente l’etichetta di banca più antica del mondo. Il sistema bancario è tutto “intossicato”, basta pensare (è questione di poco tempo) che il sistema bancario tedesco nonostante il salvataggio di stato cui partecipammo anche noi italiani (in qualità di appartenenti all’Eurozona) è più “pericolante'' del nostro.  

C’è stato un errore però
Sicuramente si è perso troppo tempo, colpevolmente anche per questioni elettorali, ma l’errore più grave è stato quello di preservare gli azionisti. La politica è stata la prima responsabile di questo colossale fallimento, uno dei tanti che arriverà perché non sarà l’ultimo (parliamo del sistema bancario): il Governo sta cercando di muoversi velocemente per far fronte alle passività potenziali, all’interno dei regolamenti europei.  

La soluzione sta nell’Europa stessa ed è antica, risale agli anni ‘90
80 anni dopo l’ultima nazionalizzazione dell’Iri che portò sotto l’ombrello statale la Comit, il Credito Italiano e il Banco di Roma, con anni di ritardo il Governo nazionalizzerà Mps e noi invocammo questa soluzione da tanto. In Svezia, negli anni 90 c’è stata una grandissima crisi bancaria, e all’epoca il governo svedese senza esitazione adottò la soluzione più veloce e intelligente che si potesse adottare, non si limitò a rilevare la parte “cattiva” del bilancio delle banche in crisi, ma di fatto azzerò il capitale nelle mani degli azionisti. Fu questa mossa a rendere politicamente accettabile il forte esborso di denaro pubblico (il 4% del Pil) per il salvataggio delle banche. In un solo colpo, la soluzione svedese affrontò quindi non solo il problema dell’attivo “tossico”, ma anche quello della ricapitalizzazione. Da noi è stato fatto il contrario, si proteggono gli azionisti (che sono speculatori puri) a danno degli obbligazionisti che sono semplici risparmiatori. 

Conclusione
Ci stiamo avviando verso la nazionalizzazione della banca più antica del mondo; nel tempo, si troverà il modo di soccorrere anche le altre banche in difficoltà, aspettando l’esplosione delle mille Banca Etruria disseminate in tutta la Germania.
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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