Ritorna il bail-in. E gli azionisti tremano… a meno che la politica

25 maggio 2017 ore 14:49, Luca Lippi
Il rischio bail-in sta tornando nuovamente alla ribalta, stavolta più silenziosamente e questo non è un buon segnale. E non è un bail-in riformato, cambiato… anzi.  È utile ricordare che dopo quanto accaduto alle quattro banche (Etruria, CariChieti, BancaMarche e CariFerrara), da più parti si era sollevata la voce di rimodulare la normativa perché troppo severa e soprattutto troppo invasiva. Oggi con il caso di BP Vicenza e Veneto Banca, tutto tornerà come prima, e cioè l’inevitabile ricorso al Bail-in con tutti i danni annessi e connessi.
La bomba sta per esplodere (basta mettere insieme i fatti): convocato per oggi un vertice al ministero dell'Economia al quale parteciperanno il ministro Pier Carlo Padoan, gli ad delle due banche venete e i presidenti (Gianni Mion per Vicenza e Massimo Lanza per Montebelluna). La Commissione Ue resterà sulle sue posizioni; Pop Vicenza e Veneto Banca dovranno trovare sul mercato almeno un miliardo in più all'interno della ricapitalizzazione precauzionale da 6,4 miliardi per coprire le ulteriori svalutazioni sui 9 miliardi di sofferenze che i due istituti devono cedere. I funzionari della Dg Competition, ha commentato una fonte finanziaria, non intendono fare sconti al governo italiano che (è questione di giorni) sta per incassare il via libera all'ingresso nel capitale del Monte Paschi. Durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso mercoledì 5 aprile, la commissaria alla Concorrenza, Margarethe Vestager, aveva sottolineato che le due banche pesano singolarmente solo per il 2% del mercato italiano, insistendo sulla differenza con la più grande Mps. Aggiungendo che “se il processo è indietro è anche perché da parte italiana, non sono completate le valutazioni su come queste due banche debbano andare avanti”. 
Il problema è che nessuno vuole più mettere mano al portafoglio. Allo stato dell’arte, sia Banca popolare di Vicenza sia Veneto Banca hanno già da diversi mesi perso la fiducia dei clienti, soprattutto quelli più rappresentativi. Quelli rimasti sono clienti del territorio rimasti ‘incastrati’ nel tira e molla del probabile salvataggio. Nessuno è disposto a rischiare le proprie disponibilità in un progetto già ampiamente fallimentare alla prova dei fatti. Perché fallimentare?  La risposta viene dal risultato ottenuto con l'intervento del Fondo Atlante: ha versato quasi 3,5 miliardi di euro nelle casse dei due istituti per vederli bruciati dalle perdite in meno di un anno. In sostanza, è la pratica (lo abbiamo ampiamente sottolineato in altri articoli sull’argomento già negli anni scorsi) di coprire i debiti con degli altri debiti. In soldoni si compra il tempo, si dilata cioè la scadenza del default.
Ritorna il bail-in. E gli azionisti tremano… a meno che la politica
E allora qual è la soluzione? Escludendo quelle consuete, possiamo intuire un bail-in “modello Etruria e compagne di sventura”. Il sistema bancario non si autotasserà per comprare solamente tempo, è piuttosto ovvio! Unicredit è impegnata a implementare il suo piano industriale e a conseguire gli ambiziosi obiettivi illustrati agli azionisti e alla comunità finanziaria e difficilmente potrà assecondare richieste di liquidità per sopportare il peso delle due banche venete; Ubi deve digerire l’acquisto delle tre good bank, gestire la loro integrazione e la ristrutturazione a livello di gruppo, mentre Banco Bpm è alle prese con i suoi di problemi, che non sono pochi. Quanto a Intesa Sanpaolo, ha già fatto sapere con ampio anticipo che non effettuerà investimenti aggiuntivi nel fondo Atlante.
Tolto dunque il sistema bancario, rimarrà il bail-in di due banche di medie dimensioni che allo stato attuale non fa poi così paura salvo procurare nocumento ad una eventuale campagna elettorale (ma in questo la politica dovrà solamente gestire i tempi magari facendo esplodere il caso solo un’ora dopo la chiusura delle urne). Di certo non  c’è rischio di contagio sistemico date le dimensioni. Il rischio per le comunità del territorio però è elevatissimo! Gli obbligazionisti si ritroverebbero azzerati (i correntisti no, anche perché è difficile immaginare che qualcuno abbia mantenuto sul conto più di 100mila euro), e ai debitori verrebbe probabilmente richiesto il rientro immediato con le ripercussioni che si possono facilmente immaginare sulle famiglie, sulle imprese e, più in generale, sull’economia dei territori in cui sono presenti Popolare di Vicenza e Veneto Banca. 
L’unico filo di speranza è che la politica temendo l’ira di un’ampia platea di futuri elettori troverà un accordo ponte (come per Alitalia) per procrastinare la criticità, saranno buttati altri milioni nella fornace del capezzale ‘votivo’ di BP Vicenza e Veneto Banca, ovviamente rincorrendo l’ineluttabile destino di non riuscire a salvare né capra né cavoli.
Detto questo, però, rimane il fatto che il bail-in non è stato affatto rimodulato (come promesso). Di fatto si tratterebbe di mettere mano a un regolamento europeo sul quale dev’esserci scritto “chi tocca muore!”.
Il Consiglio dei Ministri ha recepito a fine 2015 la direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) che regolamenta le crisi bancarie e quindi anche il cosiddetto bail-in. Voluta nel giugno 2013, nei giorni della crisi di Cipro e delle sue banche, introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi delle banche. E regolamenta il bail in, il "salvataggio interno" che potrebbe toccare anche il denaro sui depositi. Tramite il bail-in si svalutano azioni e crediti e li si converte in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in difficoltà (o una nuova entità che ne continui le funzioni essenziali).
Tutto questo serve ad evitare una crisi sistemica (una banca che fallisce potrebbe mettere a rischio anche altre banche, e quindi il sistema) deve essere adottato dai privati che hanno accettato (più o meno consapevolmente) di condividere i rischi della banca dove hanno depositato i loro risparmi.
Nessuno però ha mai voluto parlare del fatto concreto che il bail-in fa aumentare i crediti inesigibili delle banche. Chi rimane incastrato in una banca a rischio default, inevitabilmente ha dei fidi garantiti da titoli della banca stessa. Senza entrare troppo nei tecnicismi, il bail-in oltre devastare il territorio dove operano le banche a rischio default, sostanzialmente moltiplica anche gli Npl delle banche stesse. Di conseguenza poi arriva la Bce che ‘mai fa pressioni’ ma nella sostanza chiede di liberarsi degli Npl, i quali andando sul mercato a gran velocità e in gran quantità perdono di valore, e quindi creano squilibri alle banche in fase di risanamento che devono continuamente mettere mano alla matita per correggere i conti. La sostanza è che i conti non torneranno mai e le banche inesorabilmente non si risanano ma muoiono trasformandosi in fornaci voracissime di denaro privato, e pubblico quando lo Stato ci mette lo zampino (cosa che la Ue ha vietato categoricamente nel caso delle banche venete).
In estrema sintesi, se un supermercato chiude è probabile che sulle sue ceneri ne nasca un altro, se a chiudere è una banca è piuttosto ovvio che la prossima a chiudere sarà quella accanto…e così via.
Ad oggi i punti di caduta della normativa in esame sono individuabili nella carente previsione di tutele sociali e di sistema. Da un lato si è aperto un serissimo problema di fiducia verso le banche, dall’altro la possibilità di tagli occupazionali conseguenziali a ristrutturazioni finanziarie di istituti in default è una possibilità che si fa sempre più concreta e alla quale ad oggi non vi sono tutele a livello normativo centrale. 
Già oggi il settore lamenta 30mila esuberi, che sono un macigno sui conti delle banche. Intesa San Paolo entro il 2018 taglierà 4500 posti di lavoro, Monte dei Paschi taglierà 1600 posti di lavoro, c’è BNL con 1300 esuberi, la Banca Popolare di Vicenza con 575, il Banco Popolare con 900 esuberi , la Ubi Banca con 500 esuberi , il Bper con 600 esuberi, la Veneto Banca con 430 esuberi.
Ritorna il bail-in. E gli azionisti tremano… a meno che la politica
Al primo posto della classifica resta però Unicredit che al 2018 prevede 18.200 lavoratori che andranno a casa. Gli altri 12.200 lavoratori lasceranno il gruppo per effetto di razionalizzazioni nei centri direzionali e nella rete di banca commerciale in Germania, Austria e Italia e Centro Est Europa, così da portare la forza lavoro a 111mila dipendenti fra tre anni.
Per concludere sul Bail-in, perplessità sono emerse dalle principali autorità di vigilanza; per la Consob “il bail-in ha scatenato uno shock normativo senza precedenti, a causa della sua retroattività che si è  subito rivelato un fattore di instabilità per il mercato finanziario e, in particolare, per il comparto bancario. La nuova disciplina ha mutato di colpo il profilo di rischio dei titoli in portafoglio ai risparmiatori, peggiorandone la posizione, rispetto al momento in cui i titoli sono stati sottoscritti o acquistati”. (VEGAS)
Anche il  governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, non ha risparmiato critiche alla nuova normativa europea sulla risoluzione delle crisi bancarie che ha portato all’applicazione del bail-in nel caso delle quattro banche regionali Banca Marche, Banca Etruria, Carichieti e Carife
La risposta normativa sulla gestione delle crisi ha creato incertezza sugli investimenti in passività bancarie. Uno strumento concepito per ridurre l’impatto di una crisi non può creare le premesse per renderla più probabile: se così è, deve essere rivisto”.
Proposte di modifica: l’art 129 della BRRD contiene una “clausola di revisione”, seppur in ambiti e con finalità limitate, da attivare entro giugno 2018. Ci si aspetta dunque che questa fase non sarà caratterizzata dalla spasmodica e miope fretta con la quale si è proceduto all’approvazione e al recepimento, dando macroscopica evidenza di quanta approssimazione politica ci sia stata nella prima delicatissima fase di analisi della normativa e ponderazione di effetti e conseguenze sulla tenuta sistemica del Paese. Certo però, quello che starebbe per accadere a BP Vicenza e Veneto Banca testimonierebbe la totale apatia governativa a esaminare la questione senza ridursi a prendere decisioni affrettate di cui poi doversi pentire.

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autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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