Per Confindustria revisione al rialzo del Pil, ma crescita troppo lenta

28 giugno 2017 ore 13:36, Luca Lippi
Riviste al rialzo da Confindustria le stime sul Pil per il 2017. In crescita del +1,3%, contro il precedente +0,8% e +1,1% (dal +1,0%) nel 2018. La correzione, rispetto ai dati di dicembre, spiegano da Centro Studi di Confindustria cheil dato è stato elaborato in buona parte sull’innalzamento delle statistiche dell'Istat.  In generale, per il Csc l'accelerazione è stata trainata da "export e investimenti". Numeri che arrivano, dopo i miglioramenti di altri previsori quali il Fmi, insieme a quelli di Standard&Poor's, che ha migliorato la precedente previsione di +0,9% portandola al +1,2% per quest'anno nell'analisi Global Ratings sull'Eurozona. Il fatto che il Pil sia rivisto al rialzo sulla base dei dati Istat non ha alcun senso, sull’argomento torniamo in calce all’articolo. Proseguiamo ad analizzare i dati resi noti da Confindustria. 
Per Confindustria revisione al rialzo del Pil, ma crescita troppo lenta
I dati - Nel 2017 e nel 2018 l'occupazione rallenterà allo 0,9 e allo 0,8% (+390mila ULA - Unitàdi lavoro equivalenti), dal +1,4% del 2016. Dopo il +1,3% nel 2016, il Csc stima che, a fronte del parziale allungamento degli orari di lavoro, il numero delle persone occupate crescerà a ritmo più smorzato sia nel 2017 sia nel 2018 (+0,8% in entrambi gli anni). Alla fine del biennio previsto gli occupati torneranno sopra il livello pre crisi (+100mila rispetto al picco della primavera 2008, +0,5%). Il minimo era stato toccato nell'autunno 2013 con un calo di un milione di unità. Già da questo dato si può evincere che la riduzione della base imponibile decreta inevitabilmente un minore introito per il tesoro. E allora delle due una, o il Pil cresce perché crescono i salari, o il Pil cresce perché i redditi delle aziende produttrici aumentano ricavi dal taglio dei salari.

Dal lato dei conti pubblici - spiega Confindustria, "La discesa del deficit pubblico è lenta". Si prevede un indebitamento al 2,3% del Pil quest'anno e al 2,4% nel 2018. Inoltre per il Csc l'erogazione del credito alle imprese resta "ancora debole" (-0,2% medio al mese nei primi quattro mesi del 2017).

La spesa delle famiglie - nel 2016 è avanzata dell'1,3%, in rallentamento dal +1,5% nel 2015. Il Centro Studi Confindustria prevede che continuerà a crescere all'1,2% nel 2017 e dell'1,1% nel 2018. Nello specifico, confindustria sottolinea che i consumi delle famiglie hanno ricominciato ad aumentare dal secondo semestre del 2013, dopo otto trimestri consecutivi di calo (-6,7% cumulato). Fino al primo 2017 hanno registrato una variazione del 4,2%, ritornando sui livelli di fine 2011. Quest'anno e il prossimo, ulteriori aumenti della spesa delle famiglie saranno favoriti, in misura meno robusta rispetto al passato, dall'ulteriore incremento del reddito disponibile reale (+0,9% nel 2017 e +1,1% nel 2018), sostenuto dall'aumento previsto dell'occupazione (+0,9% e +0,7%), e dall'accelerazione del credito alle famiglie (?) che già nel 2016 aveva fornito un buon supporto. La propensione al risparmio, che era aumentata nel 2016, è attesa diminuire sia quest'anno sia il prossimo grazie a un miglioramento delle condizioni economiche generali e ad attese più favorevoli.

Nella realtà, invece – è bene ricordare che l'Europa dal 2014 ha implementato la pratica di ‘rivedere’ i dati statistici con lo scopo di ‘ridefinire’ il Pil che è un parametro cardine del  per il Fiscal Compact. In questo modo si ottiene l’effetto immediato di far sembrare i conti del Paese nettamente migliorati. E' però una foglia di fico! Dal momento che la percentuale 'migliorativa' è dichiaratamente dovuta alle attività sommerse (come accade regolarmente in Germania che calcola il nero come una risorsa alternativa) protagoniste della ridefinizione artificiosa del pil pur non creando alcun apporto effettivo alle entrate statali (in parte falso perché l’Iva comunque viene incassata).
Da ricordare altresì che le quote (l’obolo che ciascun Paese deve alla Ue) sono dovute, proprio sulla base del pil, e che quindi maggiore è il Pil maggiore sarà la quota da devolvere alla Ue il tutto deve essere versato il primo dicembre di ogni anno, con un chiaro impatto negativo per le casse dello Stato, già alle prese con la morsa del rapporto deficit/PIL al 3%.
In sostanza, in Europa ci fanno credere che il nostro Pil è sottostimato, dall’Italia ci fanno credere la stessa cosa e quindi avendo casse più floride di quello che crediamo, si deve versare una quota maggiorata artificiosamente e anticipatamente. In conclusione la revisione del Pil in negativo serve per aumentare la tassazione, quella migliorativa serve per toglierci letteralmente i soldi dalle tasche e in futuro fare aumentare le tasse. Sta di fatto che il Pil reale è un’altra cosa!

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autore / Luca Lippi
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