Padoan 'mostra' il Pil in crescita, ma l'Italia non cresce: i veri numeri

05 giugno 2017 ore 11:13, Luca Lippi
Padoan prendendo spunto dai dati sulla crescita certificati dall’Istat giovedì scorso ha detto che aumentano i margini di azione dell’Italia sui conti pubblici. Secondo l’Istat il Pil italiano è cresciuto nel primo trimestre del 2017 di un ragguardevole 0,4% rispetto al trimestre precedente e addirittura dell’1,2% rispetto a primo trimestre del 2016. Sono veramente dati di cui andare fieri? La situazione è un po' più complessa. La metodologia seguita dall’Istat per arrivare questo dato è l’uso del paniere che viene aggiornato con sempre minore frequenza e anche scarsa attenzione. 

Cos’è il Pil - Il Pil (prodotto interno lordo) è una grandezza che indica il valore di beni e servizi prodotti (in un anno o un altro periodo a scelta) in un paese. Quando si dice che “il Pil è cresciuto dello 0,4%” si sottintende il “Pil reale“, vale a dire quello al netto dell’inflazione. 
Facciamo un esempio: Se in un anno si producono un milione di automobili a 10mila euro e l’anno seguente se ne producono altrettante ma al costo unitario di 11mila euro, di fatto non si è prodotto di più ma è semplicemente aumentato il prezzo, in sostanza c’è stata infòazione. In conclusione il prodotto “reale” è sempre un milione di auto.
Padoan 'mostra' il Pil in crescita, ma l'Italia non cresce: i veri numeri
Come arrivare al Pil reale – Per conoscere il Pil reale bisogna prendere la somma di tutti i costi sostenuti per produrre il milione di automobili (misurabile direttamente) e sottrarre l’ “inflazione del Pil”. Infatti per il calcolo del Pil reale non si usa la normale inflazione, quella dei “prezzi al consumo”, perché bisogna calcolare anche le variazioni dei prezzi di ciò che viene acquistato dalle imprese (ad esempio i macchinari) e dallo stato, mentre bisogna escludere i prezzi di ciò che viene importato (perché non prodotto nel paese). Oltre questo, il calcolo deve tenere conto della variazione di ciò che viene prodotto (più auto, meno olio, ad esempio) mentre per l’inflazione dei prezzi al consumo il paniere viene rivisto solo molto più raramente e in base ai comportamenti dei consumatori. L’indice dei prezzi che si usa per “deflazionare” il Pil prende il nome di “deflatore del Pil” e in casi particolari può essere molto diverso da quello dei prezzi al consumo.

Il Pil ai prezzi correnti – Questo indicatore, invece, indica la somma di tutto ciò che viene prodotto usando come unità di misura il prezzo corrente, cioè quello effettivamente pagato. Quindi per sapere quanto cresce il Pil reale, bisognerà prendere la variazione del Pil ai prezzi correnti e sottrarre l’ “inflazione del Pil”, cioè la variazione del già citato deflatore del Pil. 

Cosa ha detto l’Istat –Rispetto al trimestre precedente, il Pil ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,1%, il deflatore del Pil è diminuito dello 0,6%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è cresciuto dello 0,7%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dell’1,6%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 2,1% e quello delle esportazioni dell’1,0%”. Tradotto, la crescita è solamente un’illusone! È dovuta al fatto che i prezzi sono calati più velocemente del Pil corrente, che comunque è calato dello 0,1%. E quando cala il Pil corrente, significa che girano meno soldi. E quando girano meno soldi, chi ha un debito ne risente: ad esempio un imprenditore che ha fatto un debito incassa meno e quindi ha più difficoltà a rimborsare la banca (con tutto quel che ne consegue). Non c’è molto da gioire.

In conclusione - Tutto ciò avviene mentre però i prezzi al consumo aumentano, in buona parte guidati dalla crescita dei prezzi delle importazioni. Un salasso per le famiglie che non fa bene all’economia. Un conto infatti sarebbe un’inflazione che aumenta perché aumentano i salari e perché l’economia si muove velocemente, tutt’altro è invece lo scenario di un paese in stagnazione la cui inflazione è dovuta alla svalutazione dell’euro e all’aumento del prezzo del petrolio, che ci rendono più poveri.

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autore / Luca Lippi
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