Crollano i redditi degli italiani del 20%: 9,3mln a rischio povertà

05 maggio 2017 ore 12:09, Luca Lippi
La ripresa c'è ma non si vede, intanto volano come le spore in primavera studi tecnici che prevedono il superamento della quota attuale di 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà. Dunque la ripresa, per logica, passerebbe per il disagio sociale.
La dimostrazione: l’Italia si aggiudica il primato negativo per “impoverimento” dei redditi delle famiglie nel confronto con i maggiori Paesi europei. La classe media italiana e la fascia a basso reddito, sono state le più colpite con un taglio del 20% nel primo caso e del 23% nel secondo, nell’arco di quasi 20 anni, dal 1991 al 2010, quindi la causa è trasversale (politicamente parlando). E se parte della colpa è da imputare anche alla Grande Recessione, va detto che nessun Paese ha registrato un crollo così pesante, neanche la Spagna che non va oltre un esiguo -5%.
I dati sono stati estratti da uno studio realizzato da PewReserarch Center. In Spagna dal 1991 al 2010 il reddito medio familiare è rimasto stabile su 31.885 dollari (poco più di 29.000 euro), mentre in Italia si è assistito a un crollo del 20% passando (da 37.000 euro del 1991, circa 71 milioni di vecchie lire, ai poco più di 29.000 euro del 2010). Ed entrando più nel dettaglio, si scopre che in Italia il “reddito medio della classe media” è piombato dai circa 41.000 euro del 1991 a meno di 33.000 euro del 2010.
Crollano i redditi degli italiani del 20%: 9,3mln a rischio povertà
Nella sostanza si starebbe configurando una grave situazione di disagio sociale che sta coinvolgendo oltre 9,3 milioni gli italiani. Più disoccupazione e più lavoratori precari è la fotografia scattata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat. Dal 2015 al 2016 altre 105mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 347 mila soggetti in difficoltà.
Crescono in particolare gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 28mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio. Ai “semplici” disoccupati vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. 
Si tratta di un’enorme "area di disagio": agli oltre 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (803mila persone) sia quelli a orario pieno (1,71 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (803mila), i collaboratori (3284mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,67 milioni). Questo gruppo di persone occupate ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, ammonta complessivamente a 6,27 milioni di unità. 
In sostanza, le persone afflitte dal disagio calcolata dal Centro studi di Unimpresa alla fine del 2016 comprendeva 9,34 milioni di persone, in aumento rispetto al 2015 di 105mila unità (+1,14%).
Il deterioramento del mercato del lavoro soprattutto la negativa funzione di produrre una sempre maggiore stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici.  
Sale anche il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,24 milioni a dicembre 2015 e sono risultati 6,27 milioni a giugno scorso. In totale 28mila soggetti in più (+0,45%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno pagano il conto della recessione, complice anche uno spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati. I contratti a temine part time sono saliti di 83mila unità da 720mila a 803mila (+11,53%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 13mila unità da 1,70 milioni a 1,71 milioni (+0,76%), i contratti a tempo indeterminato part time sono cresciuti dello 0,34% da 2,66 milioni a 2,77 milioni (+9mila). 
Scendono i contratti di collaborazione (-43mila unità) da 327mila a 284mila (-13,15%) e risultano in lieve diminuzione gli autonomi part time (-4,12%) da 825mila a 791mila (-34mila).
In conclusione, la situazione che si profila non è affatto foriera di una crescita. Nonostante gli incentivi dei governi che si sono succeduti, il minor costo delle risorse energetiche e soprattutto la politica monetaria della Bce, il lievissimo incremento dei segnali di crescita diventa un’inutile rilevazione oggettivamente poco confortante.

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autore / Luca Lippi
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