Quel deficit che divide Padoan e Renzi. L'ombra della Ue

12 luglio 2017 ore 13:17, Luca Lippi
Matteo Renzi si è schierato nuovamente contro l’Ue per poter mantenere il deficit italiano al 2,9% per cinque anni allo scopo di abbassare le tasse e favorire gli investimenti (idea osteggiata a Bruxelles). Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, bonariamente, ha risposto. La proposta di Renzi rispetterebbe i parametri di Maastricht, ma non quelli degli accordi successivi. L’obbiettivo è recuperare una trentina miliardi di euro, con i quali finanziare un taglio delle tasse. Molti vedono quello dell’ex premier come un annuncio da campagna elettorale. In effetti, la necessità di recuperare consensi nei confronti di Lega e M5s c’è e il terreno dello scontro con l’Ue è ideale per provarci. Tuttavia, sul fiscal compact c’è una battaglia vera.
Il ministro Padoan ha spiegato che il governo non rivedrà la strategie di bilancio né le politiche di spesa e prima di entrare nel merito della questione precisa come quello di Renzi sia “un giudizio espresso esternamente al governo”. Una decisa marcatura del territorio da parte del Ministro dellEconomia, soprattutto una rassicurazione per Bruxelles della distanza chiara e netta del Governo nei confronti del segretario del Pd.
Quel deficit che divide Padoan e Renzi. L'ombra della Ue
Ma perché queste impreviste tensioni tra Renzi e Padoan? In realtà nulla di nuovo, in parte è questione di competenze, ruoli, compiti e funzioni. Già in aprile Padoan aveva messo con le spalle al muro l’ex presidente del consiglio: “Non terminerò il mandato con scelte a scopo elettorale” aveva detto Padoan a un Renzi che già faceva pressing sulla questione della flessibilità e del taglio delle tasse. Niente 2,9%, dunque. Anche se, ammette Padoan, “da ex capo economista dell’Ocse, e forse futuro dell’Ocse, chissà, questi esercizi si fanno e si analizzano”. Ma si tratta di esercizi, cose ben diverse da documenti ufficiali e misure legislative. Che si debba favorire la crescita è però fuori di dubbio. “Da ministro dell’Economia sono d’accordo con l’idea che il debito si abbatte con la crescita e che quindi vanno trovate misure in questo senso”.
Tecnico dentro il ministro Padoan, ma convinto di non dover fare distinzioni tra tecnica e politica, non ha simpatie particolari tra le correnti del Pd. Era presente al lancio della candidatura di Renzi alla segreteria Dem al Lingotto di Torino, certo. Formalmente tra i tre candidati alle primarie, sostiene ancora Renzi. Ed è il ministro che ha sostenuto in prima linea la battaglia anti-austerity di Renzi premier. Ma in questa fase è ben attento a stabilire un equilibrio tra le richieste di una politica - Pd e governo - più debole dopo la sconfitta referendaria e quelle di Bruxelles. E' per questo che nell'assemblea con i deputati Dem è rimasto alquanto freddo rispetto alle sollecitazioni dei renziani a "continuare a seguire il 'modello Renzi' nell'approccio con Bruxelles", vale a dire toni alti e poche concessioni.
Invece Padoan ha messo già in chiaro (con la correzione dello 0,2% del pil) chiesta da Bruxelles, chi ha in mano il manico della situazione. All'inizio di questa storia, a gennaio, Renzi insisteva affinché non venisse nemmeno pensata o messa in cantiere la manovrina. Ai deputati del Pd il ministro dell'Economia aveva spiegato che la manovrina doveva essere varata, e quanto al Def, quest’ultimo sarebbe entrato in scena indipendentemente dai confronti preelettorali per le amministrative, e così è stato. Nettissimo anche sulle privatizzazioni di Poste e Ferrovie "Non sono d'accordo ad una moratoria sulle privatizzazioni", aveva detto. Gliel'avevano chiesta un po' tutti: il capogruppo Rosato ed Ermete Realacci per i renziani, ma anche Antonio Misiani per gli orlandiani. Padoan ha invece spiegato che bisogna andare avanti, non perché ce lo chiede l'Europa o solo perché serve a ridurre il debito pubblico, ma anche perché le privatizzazioni rendono il sistema più efficiente, rendono le partecipate più attente alle esigenze del mercato e dei consumatori.
Padoan non scende mai nei dettagli quando spiega le cose, ma stavolta è stato piuttosto teutonico nel marcare distanza dal Pd e dal suo segretario. Sarà pure un tecnico, ma pare abbia imparato a palleggiare anche con la politica.
Riguardo la questione dal punto di vista di Renzi, se si “ritornasse” a Maastricht, così come auspicato dal segretario Pd, il primo effetto sarebbe quello di vedere ancora di più aumentare il debito in quanto il “conto” per arrivare al 3%, dall’attuale 2,1/2,2% di deficit, verrebbe inevitabilmente finanziato con emissione di titoli e siccome è difficile avere la botte piena e la moglie ubriaca, la diminuzione della pressione fiscale, grazie all’aumento del deficit, sarebbe valutata dai censori europei come un incremento ingiustificato del rapporto debito pubblico/Pil.
Renzi non si rende conto che se si aumenta il deficit  cresce in modo esponenziale il debito e se questo è gestibile in regime di piena Sovranità monetaria non è possibile in un accordo monetario come l’euro perché porterebbe inevitabilmente a fornire un ulteriore fortissimo elemento di condizionamento e di ricatto da parte delle istituzioni europee che non chiederebbero di meglio che metterci ancora di più sotto ‘osservazione’. Nessuno chiede a Matteo Renzi di occuparsi di Economia, ma forse qualche sforzo in più da parte dei suoi consiglieri economici per fargli comprendere questo semplice meccanismo dovrebbe esserci.
 In conclusione, forse con qualche riflessione critica, Padoan sta cercando di salvarci dai forti venti d’incompetenza che stanno soffiando a slogan preelettorali sugli italiani. In concreto, però, Padoan ha più di qualche ragione nel cedere bonariamente all’enesima domanda su quanto vuole fare Renzi riguardo il pareggio di bilancio.

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autore / Luca Lippi
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