"La chiamano Dat" ma è eutanasia per il Prof. Ferraresi (Giuristi cattolici)

07 aprile 2017 ore 14:00, Marta Moriconi
La chiamano Dat, ma è eutanasia. E' questa in sostanza l'opinione di molti giuristi cattolici, anche se non tutti sono d'accordo. Lo dimostra il confronto che si è aperto, anche con toni piuttosto accesi, sull'ultimo intervento del Presidente dell’Unione giuristi cattolici (e presidente emerito del Comitato nazionale per la bioetica) Francesco D'Agostino pubblicato da Avvenire dal titolo“Sulle Dat necessaria una buona legge. Non tutto è eutanasia. La storia chiede coraggio”. All'interno scrive: "La storia ci impone di avere coraggio, di abbandonare in parte (solo in piccola parte!) il vecchio paradigma della medicina ippocratica e di contribuire alla costruzione di un paradigma nuovo e molto più complesso. E chi perde gli appuntamenti con la storia sarà costretto, prima o poi, a pentirsene amaramente. Adesso serve il dibattito in merito alla legge sul consenso informato, sulle dichiarazioni anticipate di trattamento e, più in generale, sul fine vita".
IntelligoNews ha deciso di aprire proprio una discussione sull'argomento, ospitando le opinioni di esperti e politici. 
Oggi presentiamo il punto di vista di Marco Ferraresi, membro del Consiglio centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani e Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici di Pavia: "Con la legge sul fine vita - spiega - si consentirebbe la perdita definitiva della libertà”. 
'La chiamano Dat' ma è eutanasia per il Prof. Ferraresi (Giuristi cattolici)
 

Professore, nella discussione della legge sul fine vita pare sia scoppiato il putiferio tra i Giuristi cattolici. E’ vero? 

"Il Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, Francesco D’Agostino, ha commentato su Avvenire in maniera essenzialmente positiva la proposta di legge sul fine vita. Ha affermato che essa non introdurrebbe alcuna forma di eutanasia e che, anzi, chi sostiene questa tesi forzerebbe l’interpretazione del testo. Io dissento".

La sua opinione dunque qual è?

"A mio avviso hanno ragione gli oltre 250 giuristi che hanno firmato l’appello del Centro Studi Livatino. La proposta di legge contiene evidenti disposizioni eutanasiche".

E quali sarebbero queste disposizioni?

"L’articolo 1 prevede il diritto del paziente di rifiutare o interrompere le terapie. E sono chiamate terapie anche l’idratazione e l’alimentazione artificiali. Il medico sarebbe obbligato ad eseguire la volontà del paziente o astenendosi dal salvarlo (eutanasia omissiva) o compiendo atti esecutivi, ad es. intervenendo per togliere una flebo alla persona in cura (eutanasia commissiva). L’articolo 2 prevede che, per i minori e gli incapaci, rifiuto e interruzione siano decisi dai genitori o tutori. Infine, l’articolo 3 obbligherebbe il medico ad attenersi al rifiuto o alla interruzione anche se espressi mediante le DAT, cioè “disposizioni” anticipate (e vincolanti) di trattamento. Disposizioni redatte in previsione di una eventuale futura malattia, magari a molti anni di distanza". 

Ma queste norme non tutelerebbero meglio la libertà della persona?

"Direi piuttosto che queste norme consentirebbero di perdere definitivamente la libertà, insieme alla vita. Mentre il diritto italiano attuale protegge inderogabilmente la vita di un malato – anche con la punizione di reati come l’omicidio del consenziente o l’istigazione al suicidio – con questa legge la vita diventerebbe un bene relativo, rinunciabile. E il medico potrebbe essere obbligato a operare il contrario di quanto la sua professione esige, cioè salvare la vita del paziente, prendersi cura del malato. Si osservi a tal proposito che non è prevista l’obiezione di coscienza. Quanto ai minori e agli incapaci, la loro vita sarebbe nelle mani dei rappresentanti legali. Ben oltre, dunque, la stessa sbandierata “autodeterminazione”.

Secondo lei c’è contraddizione tra le parole di D’Agostino e quelle del Presidente della CEI, Angelo Bagnasco?

"D’Agostino parla da giurista, Mons. Bagnasco come Pastore della Chiesa. Hanno dunque un approccio diverso. Però mi pare che le rispettive valutazioni della proposta di legge siano di segno diverso. Al di là di ciò – questo soprattutto mi preme – ritengo che i giuristi cattolici debbano opporsi senza ambiguità a leggi che introducano il “diritto” di darsi e di dare la morte e di pretendere, in ciò, l’altrui collaborazione. Il quinto comandamento, “non uccidere”, non può essere abrogato da nessuna autorità umana".

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