Dormire poco aumenta rischio Alzheimer: come il sonno scatena proteine

13 luglio 2017 ore 15:57, Americo Mascarucci
Dormire poco potrebbe aumentare il rischio di Alzheimer a causa di un consistente aumento dei livelli delle proteine cerebrali associate alla demenza. La malattia di Alzheimer-Perusini, detta anche morbo di Alzheimer, demenza presenile di tipo Alzheimer, demenza degenerativa primaria di tipo Alzheimer o semplicemente Alzheimer, è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente). Si stima che circa il 60-70% dei casi di demenza sia dovuta a tale condizione. Il sintomo precoce più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l'avanzare dell'età si possono avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto inevitabilmente a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. Anche se la velocità di progressione può variare, l'aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni.
Dormire poco aumenta rischio Alzheimer: come il sonno scatena proteine

LA SCOPERTA - Un team di ricerca internazionale coordinato da studiosi della Scuola di Medicina dell'Università di Washington (Saint Louis) ha scoperto che dormire poco incrementa nel tessuto cerebrale la concentrazione di proteine associate al morbo di Alzheimer, una delle patologie neurodegenerative più diffuse e temute, poiché incurabile. I ricercatori hanno condotto un esperimento su 17 persone sane tra i 35 e i 65 anni che non avevano né disturbi del sonno né disfunzioni cognitive. I partecipanti hanno indossato un braccialetto hi-tech per monitorare le ore di sonno nell’arco di due settimane. Dopo sono stati invitati a trascorrere una notte in laboratorio, dove hanno riposato per l’abituale numero di ore. 
A distanza di un mese, sono stati richiamati a dormire nuovamente in laboratorio, ma indossando delle cuffie che periodicamente emettevano suoni per disturbare la fase di sonno profondo e favorire il passaggio ad un sonno più leggero. Il giorno successivo alle due notti passate in laboratorio, i volontari sono stati sottoposti ad una puntura lombare per prelevare un piccolo campione del liquido che protegge il sistema nervoso centrale (liquor cerebrospinale), in modo da analizzare i livelli delle proteine tau e amiloide che solitamente si accumulano e si aggregano in maniera anomala nei malati di Alzheimer.
Secondo i ricercatori pochi giorni di sonno interrotto non rappresentano un reale pericolo, poiché i livelli di queste proteine tendono a riequilibrarsi naturalmente, tuttavia nelle persone di mezza età che dormono poco cronicamente esse potrebbero accumularsi, aumentando di conseguenza il rischio di deficit cognitivi e la possibilità di sviluppare il morbo di Alzheimer durante la terza età.


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