Russiagate e il precedente di Truman

18 maggio 2017 ore 12:20, intelligo
La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane rischia di sconvolgere assetti di potere pluridecennali e così si sta confezionando un’accusa di tradimento per portare all’impeachment. 
Trump avrebbe “tradito” perché ha fornito alla Russia alcune informazioni ricevute da un alleato (Israele?) su operazioni terroristiche programmate dall’Isis. Informazioni che erano destinate solo agli Stati Uniti. Se così fosse, l’accusa di tradimento a Trump dovrebbe essere formulata dal paese che ha fornito le informazioni, ma sarebbe solo di “tradimento della fiducia”, un reato che non esiste e non può esistere nel mondo dell’intelligence dove le informazioni circolano nel segno del “do ut des”. Il fornitore primario (Israele?) non ha fatto un “regalo” a Trump, ma sapeva di mettergli in mano una carta politica, quindi qualcosa da giocare sia all’interno, nei confronti degli ambienti ostili al Presidente, sia eventualmente all’esterno, per rafforzare la sua politica estera. Di sicuro Trump non l’ha considerata una buccia di banana che avrebbe potuto farlo scivolare. Alla fine ha detto: “Solo io decido ciò che posso rivelare”: la legge glielo consente.
Russiagate e il precedente di Truman
Molti anni fa, nel 1945, un suo predecessore, Harry Truman, venuto in possesso di un segreto – la buona riuscita del primo esperimento atomico – decise di comunicarlo a Stalin, nonostante l’accordo, concluso un anno prima con inglesi e canadesi, di mantenere il segreto quando fosse stata messa a punto la bomba. 
Ricapitoliamo i fatti. Nel palazzo Cecilienhof, a Potsdam, non lontano da Berlino, dal 17 luglio al 2 agosto 1945 si svolse l’ultimo incontro al vertice dei tre grandi della coalizione antinazista: Stati Uniti, Regno Unito e  Unione Sovietica. La Germania si era già arresa, ma il Giappone continuava a resistere. Per gli Usa c’era il presidente Harry Truman, succeduto a  Franklin Delano Roosevelt, morto il 12 aprile. Per il Regno Unito, fino al 30 luglio fu presente Winston Churchill, poi sostituito dal laburista Clement Attlee che aveva vinto le elezioni politiche. L’Urss era ovviamente rappresentata da Josif Stalin, il “Piccolo Padre”. All’ordine del giorno c’erano la definizione dei confini in Europa, l’ammontare delle riparazioni, la gestione del territorio tedesco occupato e la guerra nel Pacifico.
Il 17 luglio, Truman ricevette un telegramma che diceva: “Il bambino è nato in modo soddisfacente”. Significava che il primo esperimento della bomba atomica era andato a buon fine: l’ordigno era stato fatto esplodere il giorno prima nel deserto di Jornada del Muerto  (Nuovo Messico) nel poligono di Alamogordo, a coronamento del Progetto Manhattan, il grande sforzo tecnico e scientifico con cui gli Stati Uniti avevano battuto la Germania di Hitler nella corsa alla bomba. Truman, ovviamente, informò subito Churchill, quindi i due leader  discussero se fosse opportuno farlo sapere anche a Stalin. Alla fine prevalse l’opinione che sarebbe stato meglio informare il dittatore sovietico che l’America era entrata in possesso di un’arma dalla potenza senza precedenti anche perché era stato deciso che l’atomica sarebbe stata usata a breve scadenza contro il Giappone.
Truman accennò alla questione solo dopo avere ricevuto un rapporto dettagliato sull’esperimento da cui risultava tutta la potenza della nuova arma che assegnava agli Stati Uniti una posizione di superiorità strategica. Che ebbe un immediato risvolto diplomatico: dal 21 luglio, infatti, Truman cambiò stile nei confronti di Stalin: meno cordiale, più rigido nelle richieste. Finalmente, il 24 luglio, come racconta nelle sue Memorie, “menzionai con aria noncurante a Stalin che noi avevamo un’arma nuova di potenza distruttiva inusitata. Il Premier russo non manifestò alcun interesse particolare. Tutto ciò che disse fu che era contento di saperlo e che si augurava che ne avremmo fatto buon uso contro i giapponesi”. Gli storici si sono chiesti perché Stalin mostrò indifferenza: se non sapeva, mascherò perfettamente la sorpresa, dal momento che era ben capace di dissimulare; ma i più sostengono che fosse già informato perché dal mondo degli scienziati che avevano lavorato alla bomba atomica erano filtrate informazioni ai servizi segreti di Mosca: lo confermerebbe il fatto che, appena quattro anni dopo, anche l’Urss procedette al suo primo esperimento atomico anche se la notizia poté indurlo a ordinare una accelerazione della ricerca.
La decisione di Truman, in ogni caso, fu politica, con obiettivi politici e legittima. Rafforzò il suo potere contrattuale nei confronti di Stalin. Lo stesso si può dire per Trump che, fornendo l’informazione ai russi, da un lato ha confermano la sua linea di politica estera contro i suoi critici e, dall’altro lato, ha fatto sapere proprio a Mosca che, nello scacchiere mediorientale, gli Usa sanno come stanno le cose e hanno buone carte in mano, ovvero Putin non può decidere da solo. Infine c’è un messaggio agli alleati occidentali, europei in primo luogo:  gli Stati Uniti possono prendere da soli certe decisioni. Ma questo non è una sorpresa. 


di Alessandro Corneli

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