Catalogna, blitz e 12 arresti nei ministeri. Ora tocca al re

20 settembre 2017 ore 13:02, Luca Lippi
La Guardia Civil spagnola ha arrestato 12 persone tra cui Josep Jové, braccio destro del vicepresidente Oriol Junqueras. Cercare legittimazione quando la legittimazione non c’è non ha senso, anche quando le motivazioni culturali potrebbero essere democraticamente accettabili. Il presidente catalano Carles Puigdemont ha convocato una riunione urgente di tutti i suoi ministri. Decine di persone si stanno concentrando davanti alla sede del governo catalano nel centro di Barcellona per denunciare il blitz della Guardia Civil spagnola contro le istituzioni catalane. La folla grida "Indipendenza!", "Vogliamo essere liberi", "Vergogna!".
Il rischio è che si arrivi ad un punto di non ritorno. Il governo centrale di Madrid costretto a reprimere anche militarmente e il governo della Catalogna a strappare definitivamente. E’ lo spettro di una guerra civile o di uno scontro costituzionale terribile.

IL FATTO
Puigdemont e i suoi ministri sono indagati per avere convocato il referendum sull’indipendenza, che Madrid ha dichiarato "illegale" secondo Costituzione. Rischiano condanne fino a sei anni di carcere. Ma nonostante le minacce e malgrado il progressivo dispiegamento di tutta la forza dello Stato, che mette in campo polizia, corte costituzionale, giudici, ipotesi di carcere e sequestri di patrimonio, Puigdemont e i suoi tengono duro, si dichiarano disobbedienti alla legge spagnola in nome della nuova "legittimità catalana".
Catalogna, blitz e 12 arresti nei ministeri. Ora tocca al re

LA CONTRADDIZIONE
Non è accettabile in termini democratici, prima ancora che legali, mettere sul tavolo della legalità di uno Stato la legalità ostentata da una Regione. In sostanza è come se un carabiniere si mettesse a parlare male dell’Italia. Qualcuno mette in risalto il rapporto di forze, ma nella sostanza non ci sono forze diverse contrapposte, c’è solo una antica e storica voglia di secessione (a causa del franchismo), rafforzata dal primato economico che ha la Catalogna sul resto delle Regioni, che non è mai accettabile in uno Stato democratico a meno che non si riconosca una crisi istituzionale. Tenendo presente anche il fatto che la Costituzione spagnola (secondo l’articolo 5, è un regno che federa regioni e nazioni), non prevede la secessione.

IL REFERENDUM AL CENTRO DELLA QUESTIONE. CATALOGNA REALE E LEGALE
Madrid, quindi, sta aumentando la pressione per impedire l'organizzazione del noto referendum sull'auto-determinazione vietato dalla legge e quindi dalla Corte Costituzionale. A questo punto la cronaca:  la Guardia Civil è entrata negli uffici locali dell'economia, degli interni, degli affari esteri, del welfare, delle telecomunicazioni e delle imposte. Jové è il braccio destro del presidente dell'opposizione della Catalogna Oriol Junqueras. Ieri la polizia ha sequestrato documenti relativi al referendum d'indipendenza dagli uffici della società di consegne privata Unipost nella città catalana di Terrasa. Si possono usare soldi per attività anti-costituzionali? 
Ma come la pensano i cittadini direttamente interessati? C’è un evidente gap tra volontà popolare e rappresentanza parlamentare regionale. I partiti pro-indipendenza hanno raccolto il 47,6% dei consensi nelle elezioni regionali del settembre 2015, ottenendo una maggioranza di 72 seggi sui 135 del Parlamento catalano. I sondaggi mostrano che i 7,5 milioni di catalani sono divisi sull'indipendenza: un sondaggio commissionato a luglio dal governo regionale mostra che il 49,4% è contrario e il 41,1% favorevole. Ma il 70% dei catalani vuole un referendum per fare chiarezza sull'annosa questione.

L’APPROCCIO DEI POLITICI CATALANI
I politici, settimana scorsa, hanno inviato una lettera al premier spagnolo Mariano Rajoy e al Re Felipe VI. La lettera, di cui alcuni passaggi vengono riportati dal sito elnacional.cat, è stata firmata dal governatore della Catalogna Carles Puigdemont, dal suo vice Oriol Junqueras, dal presidente del Parlamento regionale Carme Forcadell e dal sindaco di Barcellona Ada Colau.
Gli autori della lettera fanno appello "al dialogo per discutere come concordare affinché i catalani possano svolgere il referendum". "Un dialogo aperto e senza condizioni. Un dialogo politico, dalla posizione di legittimità che ciascuno rappresenta, per rendere possibile quello che nelle democrazie non è mai un problema o un crimine: ascoltare la voce della società civile", si legge nella lettera che i politici catalani hanno accusato le autorità spagnole della mancanza di volontà di "aprire la porta al dialogo". "Il governo spagnolo ha adottato misure repressive senza precedenti, da censure nei media alla creazione di ostacoli per lo svolgimento di manifestazioni e minacce ai media, fino ad arresti e sospensioni del 75% dei sindaci della Catalogna perché hanno dimostrato di voler partecipare al referendum."
La lettera afferma inoltre che "nei sistemi democratici i conflitti politici si risolvono attraverso proposte politiche, frutto di negoziati e dialogo". I politici catalani prendono atto che esiste un evidente conflitto tra la Catalogna e la Spagna, ma assicurano di essere "pronti al dialogo". "La nostra disponibilità per il dialogo è stata, è e sarà permanente", si evidenzia nella lettera.
Le autorità della Catalogna hanno però indetto il 1 ottobre il cosiddetto "referendum dell'indipendenza", che tuttavia il governo centrale spagnolo non riconosce. La Corte Costituzionale spagnola ha sospeso tutti i documenti relativi al referendum approvati dal governo e parlamento regionale catalano. Pertanto, secondo Madrid, le azioni politiche catalane orientate al referendum sono illegali. 
Dunque, fatta una rapida ricognizione dei fatti è piuttosto chiara la situazione. I politici della Catalogna, che poi sono i politici dello stato centrale, chiedono allo stato centrale di consentire alla Catalogna di ‘poter pretendere’ la secessione. 
Madrid non può fare altro che sottolineare la sua autorità e questo, oltre che non biasimabile, è addirittura doveroso. Una democrazia pretende comunque una difesa ancorché legittimata dalla Storia, se no è buono tutto! Poi si può anche parlare di identità culturali, etniche…varie ed eventuali; in ogni caso non si può mettere in discussione l’unità di uno Stato. Il re a questo punto non può che avallare 'di fatto' la decisione del governo di Madrid. 
La questione non è la repressione, che nella sostanza è solamente la conseguenza a una prepotenza perpetrata dai governatori della Catalogna; sicuramente però, il re deve assicurare e invocare con ogni mezzo l'unità del popolo spagnolo. Il blitz e gli arresti saranno anche il prodromo di altre azioni, ma nella sostanza, è una mano paterna sul capo, per il momento.

#Catalogna #GuerraCivile #Arresti #Blitz #Re 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...