La Corea del Nord fa il ruggito del topo e Trump ha bisogno di successi

04 aprile 2017 ore 11:07, intelligo
Le provocazioni militari della Corea del Nord fanno tornare in mente il film “Il ruggito del topo”, storia di uno staterello malmesso che decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, perderla e farsi salvare (economicamente). Non sembra però che i dirigenti nordcoreani  seguano questo copione di fantasia. Donald Trump va per le spicce: o la Cina, storico protettore della Nord Corea, interviene, o gli Usa faranno da soli, ma la minaccia dei missili armati di testate nucleari, che possono arrivare a colpire anche la costa nord-occidentale americana, deve essere rimossa. A Pyongyang, capitale dell’ultimo paese comunista (in realtà, una dittatura personale e poliziesca), si pensa, invece, che solo il possesso dell’arma nucleare, e la certezza che verrebbe usata, tiene a freno coloro che vorrebbero abbattere il regime.
 Di fatto la Corea del Nord ha un solo nemico, ideologico ed economico: la Corea del Sud, paese molto sviluppato che occupa il 15° posto nel mondo per Pil, che ha provato più volte ad allacciare con il Nord rapporti economici in vista di una possibile, lontana, riunificazione. Prospettiva, questa, che non piace troppo a nessuno perché il Sud è forte sul piano industriale e commerciale ma il Nord detiene le materie prime e potrebbe mettere a disposizione una numerosa classe operaia a basso costo.  Alla fine, quindi, la ringhiosa Corea del Nord fa comodo a molti: alla Cina, che allunga o accorcia il guinzaglio con la cui la tiene; al Giappone, che legittima il suo diritto a riarmarsi (eventualmente contro Pechino, non contro Pyongyang); agli Stati Uniti, che vogliono dimostrare i proteggere i loro alleati e, all’occasione, mostrare i muscoli (sono sempre alla ricerca di una rivincita della guerra del Vietnam); e alla stessa Corea del Sud che spera di mettere le mani sul Nord al prezzo più basso.
Tutta la vicenda è infatti ambigua. Se il problema centrale di Trump è riequilibrare il commercio americano, non si vede come questo obiettivo possa essere ottenuto con una guerra alla Corea del Nord, che sul piano commerciale è quasi inesistente. A meno che l’obiettivo di un innalzamento della tensione nell’area, spostando risorse sulla produzione militare, riduca l’aggressività commerciale dei paesi asiatici e consenta agli Usa di aumentare le proprie esportazioni di materiale bellico con benefici per la loro bilancia commerciale. La stessa linea che Washington tenta di applicare all’Europa chiedendo ai paesi membri della Nato di portare le spese per la difesa al 2% del Pil. Ma le guerre e le tensioni, si sa, nascono per motivi di politica interna: nella Corea del Nord, il giovane presidente Kim Jong-un deve tenere legati al regime i militari che garantiscono la stabilità politica; nella Corea del Sud, dove per un’accusa di corruzione la presidentessa Park Geun-hye è stata costretta alle dimissioni, la crisi con il Nord distoglie l’attenzione; anche Trump, negli Stati Uniti, ha bisogno di un successo in politica estera da riversare su quella interna; quanto alla Cina, infine, approfitta della questione nord-coreana per rafforzare la sua presenza militare su alcune isole del Mar Cinese Meridionale, e forse sarà l’unica a guadagnare dalla situazione.

di Alessandro Corneli      

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