Myanmar, Suu Kyi da premio nobel a negazionista della pulizia etnica

06 aprile 2017 ore 10:51, Americo Mascarucci
"Ci sono problemi nel Rakhine ma non si può parlare di pulizia etnica". Con queste parole Aung San Suu Kyi leader della Birmia nega che nel suo Paese sia in atto una strage di musulmani nella regione del Rakhine a maggioranza buddista. Myanmar,ha ricevuto molte critiche a livello internazionale per la gestione del suo governo della crisi della maggioranza musulmana nello Stato di Rakhine, dove i soldati sono accusati di stupri e uccisioni di civili. Intervistata in esclusiva dalla Bbc, la leader birmana accusa i media di utilizzare un termine inappropriato parlando di pulizia etnica e addirittura arriva a sostenere che il Paese sarebbe addirittura pronto a riaccogliere tutti i musulmani che sono fuggiti e che vogliono tornare. Molti di questi infatti sarebbero fuggiti nel Bangladeshh.  Eppure ben undici premi Nobel hanno firmato un appello  contro la ormai ex vittima della giunta militare, accusata lo scorso dicembre, di ignorare «la strage dei Rohingya». 

CHI SONO I ROHINGYA
I Rohingya sono un gruppo etnico, di religione islamica, che parla il rohingya, una lingua indoeuropea del ramo delle lingue indoarie, strettamente legata alla lingua chittagong e più alla lontana alla lingua bengalese. La loro origine è molto discussa: alcuni ritengono indigeni dello stato di Rakhine (noto anche come Arakan o Rohang in lingua Rohingya) in Birmania, mentre altri sostengono che siano immigrati musulmani che, in origine, vivevano in Bangladesh e che, in seguito, si sarebbero spostati in Birmania durante il periodo del dominio britannico.
I Rohingya sono linguisticamente legati alle parlate degli Indo-Ariani di India e Bangladesh, in contrapposizione alle lingue in prevalenza sino-tibetane del Myanmar. A partire dal 2012, circa 800 000 Rohingya vivono in Myanmar. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite essi sono una delle minoranze più perseguitate nel mondo. Molti Rohingya sono stati relegati in ghetti o sono fuggiti in campi profughi in Bangladesh e sulla zona di confine tra Thailandia e Myanmar. Più di 100 000 Rohingya vivono in campi per sfollati, anche perché le autorità hanno proibito loro di lasciarli. I Rohingya hanno catturato l'attenzione internazionale sulla scia di alcune rivolte svoltesi nel 2012. 
Myanmar, Suu Kyi da premio nobel a negazionista della pulizia etnica

ACCUSE A SUU KYI 
L'opinione pubblica internazionale punta il dito contro Suu Kyi domandandosi come proprio lei, vittima delle persecuzioni del precedente regime birmano possa mostrarsi insensibile o addirittura compiacente verso il massacro dei Rohingya. La storia della leader birmana è infatti costellata di arresti e persecuzioni.
Nel 1990 il regime militare decise di convocare elezioni generali. Queste risultarono in una schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, che sarebbe quindi diventata Primo Ministro; tuttavia i militari rigettarono il voto e presero il potere con la forza, annullando il voto popolare. L'anno successivo Aung San Suu Kyi vinse il premio Nobel per la Pace e usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del popolo birmano.
Gli arresti domiciliari le furono revocati nel 1995, ma rimase comunque in uno stato di semilibertà e non poté mai lasciare il paese perché in tal caso le sarebbe stato negato il ritorno in Myanmar, né ai suoi familiari fu mai permesso di visitarla, malgrado i numerosi interventi: degli Stati Uniti, del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan o di papa Giovanni Paolo II. Neanche quando al marito Michael fu diagnosticato il cancro, che di lì a due anni, nel 1999, lo avrebbe ucciso lasciandola vedova.
Nel 2002, a seguito di forti pressioni delle Nazioni Unite, ad Aung San Suu Kyi fu riconosciuta una maggiore libertà d'azione in Myanmar, ma il 30 maggio 2003, mentre era a bordo di un convoglio con numerosi sostenitori, un gruppo di militari aprì il fuoco e massacrò molte persone, e solo grazie alla prontezza di riflessi del suo autista Ko Kyaw Soe Lin lei riuscì a salvarsi, ma fu di nuovo messa agli arresti domiciliari. Da quel momento la sua salute andò peggiorando, tanto da richiedere interventi e ricoveri.
Il "caso" Aung San Suu Kyi incominciò a essere un argomento internazionale, tanto che gli Stati Uniti d'America e l'Unione europea fecero grosse pressioni sul governo del Myanmar per la sua liberazione, ma gli arresti domiciliari furono rinnovati per un anno nel 2005 e ulteriormente nel 2006 e nel 2007.
Oggi che è al potere tutti si aspettano da lei gesti concreti rivolti alla pacificazione delle etnie birmane, obiettivo però che ad oggi sembra molto lontano. 

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