Istat, Alleva: nel 2050 "In pensione a 70 anni e precariato per laureati"

06 luglio 2017 ore 15:32, Luca Lippi
Il presidente dell’Istat Giorgio Alleva durante un'audizione in Commissione Affari Costituzionali alla Camera ha dipinto uno scenario piuttosto cupo per gli attuali 35enni che si ritroveranno a potere andare in pensione a 70 anni. Il percorso futuro degli aspiranti pensionadi così come dipinto dal presidente Alleva è il seguente: in pensione a 67 anni dal 2019 e quasi a 70 nel 2050. Il presidente dell'Istat ha sottolineato che l'accesso al trattamento pensionistico si sposterà sempre più avanti. Considerando gli scenari demografici, Alleva ha delineato "la futura traiettoria dei requisiti d'accesso al pensionamento".
Evidenziando "Dai 66 anni e 7 mesi in vigore per tutte le categorie di lavoratori dal 2018 si passerebbe a 67 anni a partire dal 2019, quindi a 67 anni e 3 mesi dal 2021. Per i successivi aggiornamenti, a partire da quello del 2023, si prevede un incremento di due mesi ogni volta, con la conseguenza che l'età pensionabile salirebbe a 68 anni e 1 mese dal 2031, a 68 anni e 11 mesi dal 2041 e a 69 anni e 9 mesi dal 2051".
Istat, Alleva: nel 2050 'In pensione a 70 anni e precariato per laureati'
Riguardo i futuri laureati, sempre secondo la visione del dirigente dell’Istat, questi ultimi fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro rispetto alle generazioni precedenti. Ha dichiarato Alleva: "Nonostante la ripresa dell'occupazione in atto le condizioni del mercato del lavoro rappresentano un elemento di criticità per le storie contributive delle nuove generazioni, caratterizzate da carriere lavorative discontinue e da un ingresso sul mercato del lavoro differito rispetto a quanto sperimentato dalle precedenti generazioni".
In evidenza il presidente mette la situazione della discontinuità lavorativa, situazione che per alcuni è più corretto sottolineare come ‘precarietà’. Ha detto Alleva: "In Italia oltre tre quarti della forza lavoro della fascia 15-34 anni è costituita da giovani che hanno 25 anni che avendo completato gli studi si affacciano sul mondo del lavoro. Queste sono generazioni che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata con importi pensionistici più bassi".
Riguardo il lavoro precario e atipico, Il presidente dell'Istat ha cercato di liquidare l’argomento con una riflessione oggettivamente inquietante: "la quota di lavoratori temporanei, già in partenza più consistente fra i giovani, aumenta dal 1997" e che, "tra il 2008 e il 2016, nella classe 15-34 anni, la quota di dipendenti a termine e collaboratori aumenta di 5,6 punti: dal 22,2% al 27,8%".
In conclusione, Alleva ha affermato che spesso gli enormi sacrifici sostenuti a studiare non sarebbero sufficienti a scongiurare il lavoro precario: "L'occupazione atipica al primo lavoro cresce all'aumentare del titolo di studio essendo pari al 21,2% per chi ha concluso la scuola dell'obbligo e al 35,4% per chi ha conseguito un titolo di studio universitario".

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autore / Luca Lippi
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