Se facciamo lo Ius soli, dobbiamo pure fare gli italiani

07 luglio 2017 ore 12:58, intelligo
L’11 luglio riprenderà in Senato la discussione sulla legge di cittadinanza, presentata via via sui giornali come un derby parlamentare, una prova di forza pre-elettorale, l’ennesima dimostrazione del trasformismo dei 5Stelle, un’altra occasione di rilancio per Berlusconi. Insomma di tutto tranne quello che è, una legge che potrebbe modificare radicalmente il modo di essere e sentirsi italiani. Chiariamo innanzitutto che se la legge in discussione al Senato dovesse essere approvata l’Italia non diventerà una enorme sala parto come temuto da Angelino Alfano. I nuovi nati da genitori stranieri non saranno tutti italiani. Perché ciò accada il padre o la madre deve trovarsi nel nostro Paese da almeno cinque anni, avere regolare permesso di soggiorno, un reddito almeno pari all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio a norma di legge e la promozione a una prova di conoscenza della lingua italiana.

Se facciamo lo Ius soli, dobbiamo pure fare gli italiani
Il test oggettivamente non è difficile (il livello richiesto è A2) ma è tale da mettere in seria difficoltà i cosiddetti analfabeti funzionali, ovvero il 28% degli italiani. Insomma, scordatevi la storia che una donna incinta appena scesa da un barcone e incapace di pronunciare una parola nella nostra lingua mette al mondo un cittadino italiano. La legge prevede poi il conseguimento della cittadinanza per i bambini arrivati in Italia entro i 12 anni che abbiano superato con successo almeno uno dei primi cicli scolastici (elementari o medie). Parliamo quindi in massima parte di ragazzi che raggiungerebbero comunque lo status di cittadini: si tratta solo di riconoscergliela prima. Non è detto che questo sia necessariamente un problema, perché sentirsi parte del Paese in cui sta crescendo e del quale si parla la lingua aiuta ad accelerare l’integrazione.

Inoltre il processo dovrebbe coinvolgere chi col minore vive, compresi i genitori che magari zoppicano con l’italiano e vedono il nostro Paese come una realtà ancora estranea. Un tredicenne cinese che parla con perfetto accento romanesco e quello tunisino che tifa per la Lazio e prende in giro il compagno di banco interista, documenti o no, sono italiani. È vero però che l’allargamento del diritto, del quale beneficerebbero 800mila del milione di minori stranieri residenti in Italia, potrebbe garantire la permanenza ai parenti prossimi anche se dovessero perdere il diritto a restare. Il bambino con cittadinanza italiana diventa una garanzia per l’intera famiglia, composta magari da sei o sette persone. Il sistema attuale invece, garantendo la cittadinanza solo dopo il raggiungimento del diciottesimo anno di età, slega il destino del figlio ormai maggiorenne da quello dei parenti. Una soluzione perfetta non esiste, per trovarne una accettabile servono le discussioni parlamentari. Sempre che non diventino anche stavolta risse da cortile tra ultracinquantenni.

di Alfonso Francia

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