Che fine ha fatto Minnie Minoprio?

06 settembre 2017 ore 11:53, intelligo
“Protagonista del Jazz senza età .. L´ultima “Lady” delle scene italiane, icona e testimone di quando l’Italia vantava un panorama musicale di assoluta avanguardia.” Recita così il sito di Minnie Minoprio, donna di spettacolo di buon talento, ma che in realtà la gran parte del pubblico italiano scoprì solo quando alle spalle di Fred Bongusto che cantava “Quando mi dici così…”, fingendo di sussurrare alle orecchie di lui, ballava strizzata in un costumino di lustrini, il fisico armonioso e slanciato in evidenza, le gambe lunghe e bellissime inguainate in calze nere trasparenti, un’evoluzione rispetto a quelle pesanti delle gemelle Kessler. 
Minnie Minoprio, nome d’arte di Virginia Anne Minoprio, originaria di Ware, contea dell'Hertfordshire, in Inghilterra, nasce a Londra nel luglio del 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale. Cresciuta in collegio per sottrarsi alle bombe e attraversando tutte le difficoltà che il conflitto crea alla sua patria, Minnie scopre in sé l’amore per lo spettacolo praticamente da subito. Si diploma giovanissima all’Arts Educational School e all´Accademia di danza  classica e debutta appena quindicenne con lo showman Tommy Steele al teatro Colosseo di Londra nello spettacolo Cinderella di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein. Seguono molte partecipazioni in teatro e con compagnie stabili inglesi (Coventry, Nottingham, Windsor) e studi di canto lirico. E’ durante una di queste partecipazioni che viene notata da Walter Chiari, allora showman sulla cresta dell’onda che la indica a Lelio Luttazzi, musicista di valore, con cui sta per mettere in scena la rivista Io e la margherita.  Il ruolo di soubrette ben si adatta a Minnie, che ha un talento versatile, ed è brava come attrice, ballerina e cantante, presentatrice e perfino scrittrice.  Di lei dirà Gianni Azzali dell’Ufficio stampa dell’Arena di Verona: “Negli anni Settanta Minnie ha conteso la palma  del piccolo schermo con poche altre “Primedonne” in una televisione che cominciava a creare la  figura delle ´starlet´.  La sua è stata, e continua ad essere una storia del destino, come se le effemeridi di quest´artista sempre bella anche se non più ventenne, sempre capace di farsi guardare e di tenere la scena come poche, amassero da sempre giocare a mescolarsi e a rovesciare ogni certezza. Per necessità, sfruttando un talento metamorfico innato che l´aiuta a non piegare la testa nei momenti bui di una carriera dalle tante anime, Minnie muore e risorge come la fenice, con la sola costante di una bravura e di una fierezza che non verranno mai meno, unite al carisma che è parte indissolubile di questo irresistibile ciclone dai capelli biondo platino”.
Che fine ha fatto Minnie Minoprio?
Intanto, mentre la carriera della Minoprio procede piena di soddisfazioni, anche la vita priva dell’artista può registrare un evento importante: è il 1962, e mentre interpreta a Coventry
il ruolo di protagonista in una riduzione teatrale della fiaba Il principe e la rana dei fratelli Grimm, conosce il costruttore romano Giorgio Ammanniti con il quale si sposa e con cui resterà insieme sino al 1973. Dalla loro unione nasce un figlio,  Giuliano. Pochi anni dopo, nel 1966, Minnie torna a calcare il palcoscenico di un’acclamatissima commedia musicale, Ciao Rudy, di Garinei, Giovannini e Magni, per le musiche di Trovajoli, dove ottiene una piccola parte accanto a un insuperabile Marcello Mastroianni nel ruolo di Rodolfo Valentino. Contemporaneamente, Minnie comincia a muovere i primi passi nel mondo del jazz lavorando con i migliori musicisti del settore come Roman New Orleans Jazz Band, Basso e Valdambrini Quartet, Big Band di Angelo Pocho Gatti, Carlo Loffredo ecc., e ottiene scritture per varietà televisivi, come Noi maggiorenni e Noi canzonieri. Inevitabile che di lì a poco, Minnie presenti anche il suo primo 45 giri – nella sua carriera ne inciderà circa una trentina – con l’orchestra del jazzista Marcello Rosa, la New Dixieland Sound,  Hélène/Cosa c'è di male se..., con un arrangiamento dixieland molto piacevole e di moda in quegli anni. 
Ben presto considerata come la più autentica interprete del jazz blues tradizionale in Italia, appare al Teatro Quirino di Roma in “Buongiorno blues, come va?” di Maurizio Costanzo, ed è protagonista di vari concerti all’Accademia Filarmonica di Roma, in radio e perfino in TV dove a volte si presenta con lo pseudonimo di “Magnolia Lee”.
In tutto questo, Minnie non dimentica la danza, forse il suo primo grande amore considerando i suoi studi. Quando negli anni settanta il grande successo di pubblico le arride mentre incarna il personaggio della svampita – “Piacevo così, e mi stava bene, anche se mi sembrava di vivere un’eterna bugia” - , appunto ballando alle spalle di Bongusto, Minnie comincia ad essere ricercatissima dai varietà televisivi come Sa che ti dico?, con i grandi Sandra e Raimondo Vianello, e dalle trasmissioni radiofoniche di successo con Gran varietà. Lei non si fa mancare nulla, ama lo spettacolo a tutto tondo, e le piace cambiare, perciò che si tratti di jazz o di varietà, svolge sempre un ottimo lavoro. Anche la sua vita privata riprende alla grande dopo la fine del primo matrimonio. Nel 1984, dopo 11 anni di convivenza, Minnie si risposa con Carlo Mezzano, di professione musicista. L’anno successivo, partecipa alla parodia de I promessi sposi realizzata dal Quartetto Cetra, interpretando il ruolo della Monaca di Monza. Poi la Tv le chiude le porte, e lei la racconta così: “Mi promisero mari e monti. Ma in Rai non mi capivano, incutevo paura, i registi erano in soggezione perché non riuscivano a dominarmi. Dopo un paio di programmi mi offrirono di essere la portalettere di Silvan. Rifiutai. E lì mi chiusero in faccia le porte della tv per sempre. Fu una brutta botta. Avrei anche potuto darmi all’alcol, ma sono molto ‘perfida albione’, sono cresciuta in collegio, e così mi sono mantenuta astemia. Non mi arrendo, dicono che passo sulla vita come un caterpillar”.  E infatti, Minnie non demorde. Torna a teatro in una serie di commedie legger come Forse sarà la musica del mare con Lando Buzzanca, 

L'angelo azzurro con Enrico Beruschi e Margherita Fumero, La presidentessa con Aldo Giuffré, My fair Minnie con Oreste Lionello e per tentare di rilanciare la carriera che, a un certo punto, langue, posa per “Le Ore”, svestita in pose ardite, e si difende sostenendo che “Il nudo era una via quasi obbligata, l’abbiamo fatto tutte, persino Iva Zanicchi è finita su Playboy. Ma naturalmente non mi interessava”. Così, alla fine, smessi poi definitivamente i panni della "seducente svampita", la Minoprio è tornata al jazz diventando un'apprezzata interprete e formando un gruppo, il Minnie Minoprio Jazz Quartet (con Luca Ruggero Jacovella, Valerio Serangeli, Bruno Lagattolla), con il quale si esibisce in tutta Italia. Autrice di testi per trasmissioni radiofoniche per la Rai e di canzoni, ha anche scritto sei romanzi e con il marito Carlo ha fondato il Cotton Club, un locale di musica vintage. 
Oggi Minnie gestisce anche un Bed and Breakfast alle porte di Roma, in una villa a Capena. E un negozio di antiquariato dove smaltisce pezzi e stranezze accumulate negli anni, o vestiti vintage che ha indossato”Ho la passione del rigattiere, ho frequentato mercatini per anni, e raccolto cimeli straordinari, dalle poltrone di Rascel, alle specchiere di Don Lurio. Colleziono ceramiche, le studio, le distinguo al tatto, vengo consultata per expertise”. E aggiunge in un’intervista rilasciata a La Stampa nel 2011: “Sono una solista e ho vissuto una vita testarda, ma anche generosa […]Ho capito che su questa terra siamo soli e sono andata avanti sperando di non disturbare, di non ferire. Ma come tutti gli inglesi non accetto le ingiustizie, sebbene ne abbia viste parecchie nello spettacolo. Conosco il valore dell’ironia, del silenzio. E sono taciturna, così la voce si conserva meglio per cantare. […] Un unico rimpianto, essermi rotta la gamba mentre sciavo. Ci ho ballato tanto sopra, e alla fine s’è calcificata male. Ora, con gli anni mi duole”.  Eppure a guardarle, sono ancora gambe bellissime…
 
di Anna Paratore 

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