Bombe, petrolio e referendum: Iraq sempre più debole a rischio secessione curda

13 settembre 2017 ore 11:37, intelligo
Vi ricordate l’Iraq? Quel paese in cui dal 2003 a oggi 200mila persone sono morte a causa di conflitti a fuoco, attentati e bombardamenti, dove l’Isis ha creato uno stato (del terrore) nello stato, dove i soldati americani continuano a combattere nonostante le promesse di ritiro completo ripetute dall’ex presidente Obama.
Bene, le cose promettono di andare ancora peggio. È notizia di ieri il voto negativo del parlamento iracheno alla richiesta del Kurdistan (una delle regioni semiautonome del paese) di tenere un referendum per la completa indipendenza. Voto cui è seguita l’immediata assicurazione del presidente della regione curda Masoud Barzani che la consultazione si terrà comunque il 25 settembre, dimostrandosi pronto a uno scontro frontale.
Bombe, petrolio e referendum: Iraq sempre più debole a rischio secessione curda

Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha risposto che la decisione è “una minaccia alla pace e alla sicurezza nazionale” e una palese violazione della Costituzione, ma si è detto disponibile ad aprire un dialogo. A rendere delicata la situazione è il fatto che le autorità curde vorrebbero consentire il voto non solo nelle tre regioni da loro già amministrate, ma anche nella provincia di Kirkuk, contesa da arabi e curdi e ricchissima di petrolio. Il confronto promette poi di coinvolgere altri paesi: Turchia e Siria temono che un Kurdistan autonomo possa ingrandirsi a loro spese nei territori di confine, mentre gli Stati Uniti temono che la crisi possa distrarre gli iracheni dalla guerra contro l’Isis, che tra l’altro controlla parte delle province oggi amministrate dai curdi.
L’imbarazzo dell’amministrazione Trump è enorme: i curdi sono sempre stati i maggiori alleati nell’area, gli unici a combattere al massimo delle loro possibilità l’Isis e a condannare senza ambiguità gli attentati terroristici in Iraq e nel mondo. Inoltre stanno cercando di ottenere l’indipendenza con mezzi legali, senza decisioni unilaterali (hanno dichiarato che il loro modello di autodeterminazione è la Catalogna, non i Paesi baschi). Rifiutare loro l’appoggio nella lotta per l’indipendenza potrebbe essere visto come un grave gesto di ingratitudine, ma la Casa Bianca non ha molta scelta. Appoggiare un voto che porterebbe l’Iraq alla disgregazione territoriale non farebbe che rafforzare l’Isis, innervosire la Turchia che ricomincerebbe a usare lo Stato islamico per “contenere” i curdi e dimostrare una volta di più il fallimento totale dei 15 anni di permanenza statunitense a Baghdad.
Inoltre va detto che il sistema politico curdo non è un esempio di democrazia perfetto: il Parlamento regionale non è stato rinnovato nonostante la legislatura sia scaduta da due anni e non si voti ormai dal 2009, mentre il presidente Barzani governa incontrastato dal 2005 e sembra sempre meno intenzionato a lasciare il potere. Un eventuale referendum dovrebbe essere richiesto da un esecutivo legittimato da un voto popolare recente, ma Barzani vorrebbe presentarsi alle politiche nel 2018 proprio sulla spinta di un successo del fronte indipendentista, continuando così a mantenere il potere. Lo voglia o no, Trump dovrà mettere mano pure a questo ennesimo dossier per non rendere ancora più debole la fragilissima democrazia irachena.

di Alfonso Francia 

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