La password della settimana: legittima difesa

19 maggio 2017 ore 11:05, Paolo Pivetti
La legge sulla legittima difesa che permette di difendersi sparando ma solo di notte, approvata dalla Camera, ora passa al Senato. Ci saranno nuove discussioni, forse verranno eliminate le fasce orarie. Resta l’assurda situazione di un Parlamento che dibatte con tanto accanimento e con posizioni così contrapposte per decidere se e quando la difesa di sé stessi, dei propri cari, di chicchessia o anche solo delle proprie cose, sia legittima. Come se si potesse immaginare illegittimo il difendere sé stessi, i propri cari, chicchessia o anche le proprie cose da un’aggressione. Il concetto di difesa legittima è un controsenso logico messo in piedi da legulei, e rivela l’ossessiva ricerca del cavillo punitivo. Tutto in nome di un legalismo che infierisce contro il cittadino quando è costretto dalla violenza altrui a una violenza difensiva. Violenza che, nella logica naturale, nella cultura comune, e anche nella morale cristiana, è certamente legittima. 
Se cerchiamo nel vocabolario italiano sinonimi di difesa, vi troviamo protezione, salvaguardia, tutela: tutti concetti che secondo il comune buon senso non hanno bisogno di un parlamento per esser legittimati. Ma c’è un intero schieramento politico che sembra preoccupato soltanto di mettere limiti invalicabili all’esercizio di questo diritto sacrosanto. 
Il Tg1 ha trasmesso in esclusiva qualche giorno fa la ripresa, da una telecamera di sorveglianza, dell’assassinio di Davide Fabbri nella sua tabaccheria di Budrio, compiuto dall’imprendibile Igor. Si vede chiaramente che Fabbri riesce a disarmare Igor strappandogli il fucile di mano. Ma qui accade l’incredibile: il pur così lucido Fabbri, invece di imbracciare il fucile contro il malvivente, lo colpisce sulla testa con il calcio dello stesso brandendolo per la canna, e poi lo insegue fin nella stanza accanto. Sembra una scena da comica finale, di quelle del tempo di Ridolini. Ma la comica è presto trasformata in tragedia da uno sparo: Igor, era armato anche di una pistola, e ha freddato il valoroso tabaccaio. Ma perché il Fabbri non ha usato il fucile come arma di difesa, minacciando, se necessario sparando? Certamente avrà pensato: “se lo ammazzo finisco in galera”. E così è stato ammazzato dalla mancanza di una legge che difenda chi si difende. La sua morte è sulla coscienza di chi sostiene che “la difesa deve essere proporzionata all’offesa”: grottesca caricatura di un principio di giustizia, se si pretende che venga applicato a momenti di emergenza come l’assalto di un bandito. 
Questa società ipocrita, sempre pronta a mobilitarsi perché “nessuno tocchi Caino”, continua ad infierire cinicamente sull’innocente Abele.

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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