Istat, crollano le nascite in Italia: numeri, effetti e danni per l'economia

06 marzo 2017 ore 15:05, Luca Lippi
L’Italia presenta il tasso di natalità più basso d’Europa. Gli Indicatori demografici per il 2016 diffusi dall’Istat dicono che l’Italia ha urgente bisogno di invertire la tendenza al calo delle nascite, altrimenti sarà difficile guardare con ottimismo al futuro della società e dell’economia.

I DATI
Nel 2016 sono nati solamente 474mila bambini, ancora meno dei 486mila del 2015, anno che aveva visto il precedente minimo storico. La fecondità è ridotta a 1,34 figli per donna (1,35 nel 2015), che è la media tra i figli per donna straniera residente in Italia (1,95) e quella, decisamente più bassa, per donna italiana (1,27). L’età media in cui si diventa madre è salita a 31,7 anni. Nel 2016 i decessi sono stati 608mila, con un saldo nascite-morti negativo di 134mila. Di conseguenza cala, per il secondo anno consecutivo, la popolazione residente in Italia, scendendo a 60 milioni 579miila, 86mila unità in meno rispetto all’anno precedente. L’età media dei residenti al primo gennaio 2017 sale a 44 anni e 9 mesi, due mesi in più dell’anno prima. Le persone con più di 65 anni superano ormai i 13,5 milioni (il 22,3% della popolazione), quelle con più di 80 anni 4,1 milioni (6,8%), gli ultranovantenni sono 727mila e ci sono 17 mila residenti con più di 100 anni.

Istat, crollano le nascite in Italia: numeri, effetti e danni per l'economia

LA SPERANZA DI VITA
È 80 anni e sei mesi per gli uomini e 85 anni e un mese per le donne, confermando l’Italia ai primi posti nel mondo per longevità.
Tuttavia, l’Istat osserva che l’Italia: “continua a essere un Paese caratterizzato da importanti differenze” sulla speranza di vita. “I valori massimi continuano ad aversi nel Nord-Est, dove gli uomini possono contare su 81,1 anni di vita media e le donne su 85,6. Quelli minimi, invece, si ritrovano nel Mezzogiorno, con 79,9 anni gli uomini e 84,4 le donne”, uno scarto di un anno e due mesi. 
Lo scarto sale a circa tre anni se si confrontano le donne della provincia di Trento, le più longeve nel 2016 con 86,4 anni di vita media, e le residenti in Campania, in fondo alla graduatoria con 83,5 anni. Segno evidente che le disparità economiche e nelle prestazioni sanitarie hanno una conseguenza diretta sulla durata della vita.

IL FENOMENO DELL’EMIGRAZIONE
Gli stranieri residenti nel nostro Paese sono arrivati a 5 milioni 29mila, 2.500 in più rispetto al primo gennaio 2016 e rappresentano l’8,3% della popolazione. Un nato su cinque in Italia ha una madre straniera. Nel 2016 si sono trasferite dall’estero in Italia 293mila persone, 258mila delle quali straniere, con un aumento del 3,1% sul 2015. Allo stesso tempo sono emigrate dall’Italia verso altri Paesi 157 mila persone, di cui 115mila italiani, ben il 12,6% in più rispetto al 2015. Anche questa è una tendenza preoccupante. Tanto più che a lasciare l’Italia sono soprattutto i giovani. Nel 2010, sottolinea l’Istat, gli italiani emigrati all’estero erano solo 40mila. In sei anni il loro numero si è “quasi triplicato”.

RIPERCUSSIONI ECONOMICHE
Le conseguenze sono drastiche. I mercati finanziari potrebbero subire una pesante involuzione, perché mancherebbe uno dei driver fondamentali per il loro andamento positivo. Il rifornimento sul mercato dei capitali potrebbe esaurirsi, anche perché una popolazione più anziana avrebbe minore propensione ad investimenti ad alto rischio. I mercati azionari potrebbero soffrirne pesantemente, perché se finora si poteva realizzare un guadagno di 7, 8 punti percentuali con acquisti a lungo periodo, ora il margine di profitto si ridurrebbe ad un massimo di quattro, cinque punti. Inoltre, un’altra conseguenza potrebbe drasticamente ridurre il potere d’acquisto delle persone. L’inflazione è stata piuttosto contenuta negli ultimi vent’anni, anche perché la forza lavoro a disposizione della produzione globale è cresciuta a dismisura, comprimendo così la tendenza all’aumento della retribuzione del fattore lavoro. 
Tuttavia se le fabbriche diminuiranno rapidamente il numero degli addetti alla produzione, la situazione cambierà. Se la forza lavoro diventa scarsa, il bene diventa scarso, e il suo prezzo cresce. I salari dovrebbero dunque crescere generando così una spinta inflazionista non facilmente contrastabile. Una situazione che potrebbe generare gravi difficoltà anche ai bilanci pubblici, che dovrebbero combattere con minori risorse in entrata e maggiori spese in uscite, vista la probabile, anche se non sicura, crescita del costo dei beni e dei servizi sui mercati internazionali.

IN CONCLUSIONE
La fotografia dell’Istat sugli indicatori demografici segnala l’urgenza di invertire la rotta: si fanno meno figli di sempre, la popolazione invecchia ed è triplicato negli ultimi sei anni il numero di italiani che decide di trasferirsi all’estero.

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autore / Luca Lippi
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