Che fine ha fatto Renzo Bossi detto il Trota?

10 aprile 2017 ore 11:59, intelligo
A volte, essere per così dire “figlio di papà” può risultare un grande vantaggio da tanti punti di vista, ma anche un bell’handicap soprattutto se si è figli di un importante uomo politico. Infatti, in questa disgraziata evenienza, puoi facilmente ritrovarti sotto la lente d’ingrandimento dei nemici politici di tuo padre e, di conseguenza, della stampa e, più in generale, dei media avversari. E a quel punto davvero non puoi permetterti il minimo errore se non vuoi finire sulle prime pagine di tutti i giornali della nazione, o come servizio d’apertura ai telegiornali. Ma se sei un filo sprovveduto, un po’ superficiale e magari poco furbo, allora rischi proprio che di te facciano un bel boccone…
C’è stato un momento nel recente passato italiano, in cui la Lega Nord guidata da Umberto Bossi era partito della coalizione stabilmente al governo, con un peso specifico nei fatti nazionali davvero notevole. A portare quello che inizialmente sembrava uno sparuto e sgangherato movimento secessionista di poche speranze sul palcoscenico della politica nazionale, era stato un solo uomo affiancato da alcuni validi collaboratori.  Umberto Bossi, appunto, era riuscito  a trasformare una formica in un elefante e se ne godeva i meriti spadroneggiando con parecchie velleità nell’ambito della politica parlamentare, un po’ come sta facendo in questi giorni Grillo.
Che fine ha fatto Renzo Bossi detto il Trota?
Dalla sua Bossi, che non è mai stato né uomo di lettere né fine oratore, aveva però quella capacità un po’ contadina nel farsi intendere da tutti, anche da chi di politica ne masticava poco, e di dare a tutti l’impressione di essere l’uomo comune che effettivamente era – nato da un operaio e una portinaia -, non diverso da tutti quelli che lo ascoltavano parlare al TG la sera, verso le 20.00, seduti intorno al tavolo da pranzo col resto della famiglia e il fiasco del vino davanti al piatto. In più, a differenza del capo della coalizione a cui Bossi aveva aderito, Silvio Berlusconi noto miliardario nel settore delle telecomunicazioni, il “sor Umberto” come molti lo chiamavano fraternamente, viveva una vita proprio normale, con abiti anche sotto il livello della normalità, in una casa semplice, con una famiglia semplice, e dei figli semplici come lui, anzi, forse un po’ peggio di lui, di quelli che a una prima impressione qualche problemino in famiglia lo danno, seppur di poco conto.
Il fatto è che proprio come avviene agli uomini normali con figli normali, anche Umberto Bossi mirava a una bella carriera per il suo minore, Renzo, chiamato proprio come quello che il Manzoni piazza a fare il moroso di Lucia, e che quindi pareva nato apposta per guidare oggi o domani la rivoluzione per la Padania libera.  E così, siccome Renzo non sembrava eccellere in alcunché e nemmeno troppo portato per gli studi, ecco che il sor Umberto decide di farlo scendere in politica giovanissimo, dopo averlo trascinato nei comizi al suo seguito per un paio d’anni.  Così Renzo, classe 1988, viene eletto al Consiglio regionale della Lombardia nel 2010 a soli 22 anni facendo storcere la bocca a non pochi dirigenti leghisti, molti dei quali, e non tutti a torto,  si sarebbero visti decisamente meglio al posto del giovanotto. 
Giovanotto che però, di punto in bianco, si ritrova in un ruolo politico di grande importanza, con uno stipendiolo che all’epoca viaggiava sopra ai 10mila euro mensili e per di più con l’idea di essere il delfino di suo padre, l’erede politico di tante fortune, il prossimo leader. Un onere mica da ridere e se poi ci aggiungi che l’amato babbo, per parlare di te e per presentarti alle platee festanti ti chiama “il Trota”. Già, proprio così. Il Trota per significare un pesciolino che deve imparare a farsi largo nell’acqua fangosa dei fiumi, per poi magari trasformarsi dopo la gavetta in un vorace squalo capace di sondare oceani perigliosi.
Magari una similitudine anche giusta, ma provateci voi a beccarvi già la qualifica di figlio di papà, poi di raccomandato e infine il nomignolo di Trota? In più, il solerte genitore che vede in te solo pregi e raramente qualche modesto difetto, pensa anche bene di perorare la tua causa di studente respinto alla maturità per due volte di seguito, sostenendo che ti hanno bocciato e che sei un perseguitato politico per via di una tesina “sulla proposta federalista del patriota Carlo Cattaneo”, e vedrete che carico metaforico vi ritroverete sulle spalle. Quindi, sarà stato perché all’epoca della sua elezione Renzo era troppo giovane, o che si è lasciato un po’ troppo esaltare dal lauto stipendio o dai tanti salamelecchi che immaginiamo ricevesse dai soliti abili “lecchini” che imperversano in Italia, ecco lì che per la gioia delle opposizioni in particolare e degli invidiosi in generale, il Trota qualche guaio lo combina. 
In primis, non è proprio bravissimo nei contatti con la stampa. Magari è molto aperto e onesto nel manifestare il suo pensiero, ma rispondere al giornalista che gli ha appena chiesto se ha mai provato droghe, “Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga”, non sembra un inno alla comunicazione. Questo però è ancora niente a fronte di quello che si prepara. Si comincia il 27 luglio del 2011, quando  la Procura di Brescia iscrive nel registro degli indagati l'Assessore allo Sport della Regione Lombardia, Monica Rizzi, esponente della Lega Nord e molto vicina a Renzo Bossi. Alla giovane e bella signora e a un suo amico sottufficiale della Guardia di Finanza, si contesta la creazione di dossier illegali atti al discredito di oppositori politici, sia interni che esterni al partito, e di aver effettuato in maniera del tutto illecita delle indagini personali per dissuadere eventuali candidati che avrebbero potuto ostacolare l’elezione di Renzo alla carica nel Consiglio regionale lombardo. Certo, in tutto ciò il povero Trota non c’entra direttamente ma, si sa, la gente è cattiva e mormora. Per fortuna, la Rizzo si dimette e nel dicembre 2012 su tutto il procedimento viene chiesta l’archiviazione.  Tutto a posto, dunque? In questo caso, sì, ma…
Nell’aprile del 2012 le procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria, aprono un’indagine sull’utilizzo dei fondi pubblici destinati alla Lega Nord e gestiti dall’allora tesoriere Francesco Belsito. Lo scandalo è grave, tutta la Lega trema, e vengono messi all’indice personaggi di nota importanza, come ad esempio Rosy Mauro, Roberto Calderoli e Francesco Speroni. Ma quello che più sconvolge i militanti e i simpatizzanti del partito, è che emerge un diretto coinvolgimento nell’affaire anche della famiglia Bossi, in particolare del povero Renzo, con tanto d’intercettazione telefonica effettuata da dipendente infedele che documenta come il Trota usasse il denaro del partito anche per spese personali.  All’ombra di tutto ciò, il povero Renzo è costretto a dimettersi dal consiglio comunale mettendo fine a una carriera politica che non è praticamente mai cominciata, e ottenendo che la  Lega accetti le sue dimissioni all’unanimità.
Le somme sottratte, a sentire l’accusa avrebbero superato di gran lunga i 200.000 euro ma 70 di questi sono andati sicuramente a fin di bene perché sembra proprio fossero serviti al simpatico giovanotto per acquistare una bella laurea  presso l'Università Kristal di Tirana. Su questo bisogna dire che Renzo si risentì, sostenendo che no, quella laurea era la sua e ne aveva diritto. Ma si beccò il contraddittorio di Saimir Tahiri, all’epoca ministro dell'Interno albanese, che commentò: "Ridicolo, la laurea in scienze sociali senza essere venuto un solo giorno in ateneo e [...] senza aver mai seguito le lezioni nelle università private albanesi"… Sarà, ma certo che gli albanesi sono pretenziosi e vendicativi!
All’epoca, comunque, qualcuno disse che la discesa di Renzo Bossi in politica aveva significato “braccia rubate all’agricoltura”. Ebbene, questi maligni oggi potranno essere contenti perché il Trota ha deciso bene di lasciarsi alle spalle fiumi fangosi e di sposare la vita sana del contadino. Le sue braccia sono quindi dove avrebbero sempre dovuto stare.

di Anna Paratore
                                                       
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