Cassazione e assegno divorzile: le nuove regole pro ricchi, ma non solo

12 maggio 2017 ore 14:20, Gianfranco Librandi
Il mantenimento all’ex moglie, in sostanza il cosiddetto assegno divorzile, cambia di molto le regole, ma non per tutti. Di fatto cambiano i criteri di determinazione dell’importo ma non si configurano le platee e gli status di riferimento. Chi ci guadagna? Intanto c’è da chiarire che non è una Legge, è però una sentenza che ha valore solo tra le parti in causa, tuttavia vale come interpretazione che, vista la fonte, potrebbe segnare una nuova era nelle aule di tribunale. Indubbiamente molti avvocati sussidiando il precedente, cercheranno di far riformulare secondo l’ultima interpretazione della Cassazione, l’importo dell’assegno divorzile per i loro assistiti.
Cos’è cambiato? Sostanzialmente nulla, in teoria moltissimo! In pratica tutto si riconduce al reddito della coppia. La Cassazione ha stabilito che l’assegno mensile non servirà più a garantire il tenore di vita che il coniuge più debole economicamente aveva durante il matrimonio, ma solo a garantirgli il mantenimento, ossia “di ché vivere” in attesa che possa procurarselo da solo. Questo significa che non si dovrà più compensare i redditi degli ex coniugi fino ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i due, ma si dovrà garantire a quello più “povero” le risorse per tirare avanti. 
Cassazione e assegno divorzile: le nuove regole pro ricchi, ma non solo
Tradotto, un marito molto ricco, potrebbe pagare un mantenimento pari a quello di un altro molto meno benestante. Perché avviene questo? Perché non è più il suo reddito a contare (o meglio, il tenore di vita di cui, grazie al suo reddito, la famiglia ha goduto), ma la condizione di effettiva difficoltà economica della moglie.
Che cosa succederà ora? È molto semplice; la Suprema corte di Cassazione con sentenza n. 11504, ha superato il precedente consolidato orientamento, che collegava la misura dell'assegno al parametro del 'tenore di vita matrimoniale' indicando quale parametro di spettanza dell'assegno, avente natura 'assistenziale', l'indipendenza o autosufficienza economica dell'ex coniuge che lo richiede.
A questo punto, ci sarà la corsa al ricorso, centinaia, se non migliaia, di mariti chiederanno di rivedere la sentenza e di ridurre il “mensile”. Non appena alla ex moglie sarà notificata l’azione legale intrapresa dall’ex marito, tramite il suo legale farà opposizione, ovviamente adducendo motivazioni di ogni genere. A parte l’intasamento delle aule dei tribunali e l’inevitabile congestione della macchina giuridica, emergeranno discussioni ed evoluzioni tramite le quali ognuno cercherà di avere più ragione dell’altro.
A questo punto il Giudice si troverà di fronte al dilemma di dover valutare se ha ragione il marito a voler ridurre l’importo dell’assegno divorzile, oppure la moglie chiederà di mantenere (se non aumentare) l’assegno in corso.
Attenzione! È tutto inutile, poiché la soluzione è stata già scritta dalla medesima Cassazione nel medesimo Pronunciamento. Il divorzio recide ogni legame tra i coniugi, ivi compreso l’obbligo di garantire all’ex il tenore di vita che aveva durante le nozze. L’assegno servirà solo per lo stretto necessario al mantenimento e chi lo richiede deve dimostrare di non potersi procurare i mezzi economici sufficienti in modo autonomo. Di fatto sottolineando che il matrimonio non è ‘una sistemazione’ ma un atto di libertà e autoresponsabilità.
In pratica, bisognerà certo tornare davanti al giudice per recuperare risorse (da parte dei mariti) e se la sentenza della cassazione fosse legge, sarebbe inutilmente costoso da parte delle mogli opporsi. Tuttavia non si troverà un solo avvocato che scoraggerà l’opposizione delle mogli al ricorso del marito.
Il caso diventerà qualcosa che inevitabilmente finirà nelle Aule del Parlamento, anche su questo c’è da esserne certi giacché ci si dovrà trascinare a fine legislatura e allora la sentenza della Corte Suprema di Cassazione potrebbe trasformarsi in Legge.
Attenzione però a questo passaggio che diventa più importante degli effetti immediati della sentenza stessa della Cassazione. Le disposizioni sulla legge in generale stabiliscono che “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”.
Questo divieto, però, non è assoluto e incontra alcune eccezioni. Ed anzi, di recente l’eccezione sta diventando più frequente di quanto dovrebbe essere. Dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che una norma possa avere valore retroattivo se ciò risponde a un criterio di ragionevolezza e di maggiore giustizia. Tradotto, sarebbe ragionevole e giusto riconoscere un valore retroattivo a una norma che riconosce tardivamente un certo diritto a una certa categoria di persone.
In conclusione. Dopo la beffa anche il danno, e non viceversa. Sarebbe così ingiusto o addirittura deplorevole (in certi casi) chiedere la restituzione dei quanto corrisposto fino ad ora? La parola agli avvocati e poi al Legislatore

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