La parola della settimana: Emoji, la gran rivincita dell’Oriente

13 gennaio 2017 ore 15:21, Paolo Pivetti
L’Epifania tutte le feste ha portato via... e finalmente potremo cominciare a riposare. Tra gli strapazzi delle vacanze, a parte i brindisi e i pranzi, ci sono stati senz’altro gli scambi di auguri. Molti, soprattutto via email o smartphone, arricchiti da emoji o emoticon: quei disegnetti e quei segni grafici che di solito chiamiamo “faccine” o “smiley”. Ed ecco nascere così, proprio grazie all’aggiunta di emoji e di emoticon, la nuova lingua pittografica che, con lo scopo di semplificare il messaggio, ci complica la vita. Sì, perché oltre alle ventisei lettere dell’alfabeto, ora per leggere i messaggi ci tocca imparare il significato di un numero ogni giorno crescente di simboli, regolati da convenzioni
La parola della settimana: Emoji, la gran rivincita dell’Oriente
precise. Esiste una specie di ente di certificazione mondiale, l’Unicode Consortium, che periodicamente aggiorna l’elenco dei nuovi disegni e nuovi segni grafici, legittimando per ciascuno un significato e una grafia fissi. Non più soltanto “faccine”, ma anche mani e vari altri soggetti con significato simbolico. 
Ma com’è nato questo gioco? 
E ancora prima, emoji ed emoticon sono nomi maschili o femminili? La Crusca stessa registra l’incertezza del genere: maschili se sottintendiamo simboli; femminili se sottintendiamo faccine. Ma se li pensiamo, com’è logico, di genere neutro, allora non ci resta che la forma maschile, abituale sostituto della forma neutra che in italiano non esiste. 
Tornando all’origine del gioco, pare che il tutto sia nato negli anni Ottanta, quando l’informatico e docente universitario americano Scott Falham ebbe l’idea di aggiungere una componente extra-alfabetica alla scrittura creando, attraverso i segni d’interpunzione combinati in un certo modo, dei segni grafici per esprimere convenzionalmente i sentimenti. In un documento del 1982 propose le composizioni  : - )   per “sono contento” e  : - (    per “sono triste”. Nacquero così i primi emoticon, parola inglese composta da emot(ion) più icon, da leggersi piegando necessariamente la testa verso sinistra.
Furono però i Giapponesi, tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, a passare dai segni della punteggiatura a veri e propri simboli grafici, le “faccine”, che infatti, guarda caso, sono gialle. Ed ecco che gli emoticon diventano emoji, termine formato dalla fusione di due ideogrammi giapponesi che significano immagine e carattere, lettera. 
Ci sembra di parlere di un gioco, e invece negli ultimi anni gli emoticon - emoji si sono moltiplicati, invadendo sempre di più i testi che corrono via mail o via smartphone. È forse un primo passo per riportarci indietro di qualche millennio, cioè dalla scrittura alfabetica alla scrittura ideografica, che tuttora Giapponesi e Cinesi si tengono ben stretta?
Non è uno scherzo: potrebbe esser cominciata la gran rivincita dell’Oriente.


autore / Paolo Pivetti
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