Ultimatum Ue da 3,4 mld, Padoan non ci sta: "Problema è l'Europa"

18 gennaio 2017 ore 11:09, Luca Lippi
È arrivata ufficialmente la lettera della Ue al governo italiano nella quale si chiede in tempi brevi di aggiustare i conti pubblici. Sono necessari 3,4 miliardi di euro, una manovra bis che vale lo 0,2% del Pil. 
L’anticipazione della lettera era della settimana scorsa, e fra dichiarazioni di riprovazione da parte del primo ministro Gentiloni e del titolare del Mef, Padoan, il fatto concreto è che l’Italia dovrà mettere mano al portafoglio. Se questo non dovesse avvenire, è pronta una procedura di infrazione per deficit eccessivo.
La procedura di infrazione, oltre l’esborso di denaro sonante, prevede anche una sorta di commissariamento sulle scelte di politica economica che il governo Gentiloni non può permettersi.
Il negoziato riservato tra Padoan e Moscovici per ridurre l’entità della manovra bis è già partito, ma il governo è consapevole che questa volta la correzione dovrà esserci e più di tanto il conto non potrà essere ridotto. Oltretutto anche con l’aggiustamento del deficit strutturale nel 2017 il governo porterebbe a casa quasi 7 miliardi di flessibilità rispetto ai target concordati con la Ue lo scorso maggio, sconto che si aggiunge ai 19 miliardi sottratti al risanamento nel 2015-2016 sempre con il benestare di Juncker.
Tra l’altro la Commissione a novembre ha già fatto ampie concessioni a Roma rispetto alle regole approvate dai governi sul fronte delle spese per i migranti e per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. Atteggiamento benigno per non danneggiare Renzi a pochi giorni dal referendum e non soffocare la ripresa dell’economia italiana benedetto da Angela Merkel già lo scorso agosto nelle occasioni di incontri bilaterali con l’allora premier prima a Ventotene e poi a Maranello.

Ultimatum Ue da 3,4 mld, Padoan non ci sta: 'Problema è l'Europa'

Il governo ha già ricordato che il debito non scende a causa di due fattori: la dinamica negativa dei prezzi e le condizioni avverse dei mercati finanziari, che non hanno reso possibile cedere beni dello Stato. L’Italia dovrebbe aver chiuso il 2016 con un indebitamento netto al 2,4% del Pil. Il target del 2017 è 2,3% e, rispetto al deficit tendenziale di 1,6, comporta una manovra espansiva di circa 12 miliardi. 
Il quadro programmatico diffuso lo scorso autunno indica che il rapporto debito/Pil tornerà a scendere quest’anno per la prima volta da quasi dieci anni. 
Una fonte del Mef ha già indicato che “Siamo in contatto con la commissione e nei prossimi giorni faremo le valutazioni del caso. Se, come e quando intervenire verrà deciso dal Governo nei prossimi giorni”. Da quando le stime dell’Italia sono state rese note, lo scenario è cambiato e lo scorso 21 dicembre il governo ha dovuto chiedere al Parlamento l’autorizzazione ad emettere nuovo debito fino a 20 miliardi a supporto del sistema bancario. Il salvataggio di Banca Mps comporta un intervento pubblico da 6,6 miliardi tenendo conto anche degli indennizzi per i titolari retail di obbligazioni subordinate.
Secondo le previsioni economiche pubblicate lo scorso autunno da Bruxelles, infatti, il deficit italiano viaggerà intorno al 2,4% del Pil, due decimali al di sopra del target concordato a Bratislava e di quello che la Commissione considera il tetto massimo per evitare una micidiale bocciatura dell’Italia da parte dell’Eurogruppo. Un giudizio questa volta condiviso da tutti a Bruxelles, dalle colombe come Juncker e il suo responsabile agli Affari economici Pierre Moscovici fino ai falchi come i vicepresidenti della Commissione Katainen e Dombrovskis. Concordi nel voler scartare il rischio di essere sconfessati dall’Eurogruppo con il risultato di far precipitare comunque l’Italia in procedura d’infrazione e di distruggere la credibilità di Juncker e dell’intera Commissione.
In conclusione, avevamo ampiamente anticipato che Bruxelles non avrebbe fatto sentire la sua voce fino al referendum. In qualche modo l’Ue aveva già ammonito il governo Renzi circa le perplessità sulla politica di bonus piuttosto disinvolta non utile a trutturare una crescita economica. Era solo questione di tempo. Sia che l’esito del referendum fosse stato a favore o contrario la lettera sarebbe stata recapitata comunque. 
Roma, in queste ore, cerca di ottenere più tempo per definire un intervento che si annuncia per Gentiloni e Padoan politicamente delicato, anche se sembra difficile andare oltre il mese di marzo. La correzione comunque è meno pesante dei cinque miliardi paventati lo scorso novembre da Bruxelles. 
La Commissione infatti ha mantenuto la parola: dopo la vittoria del No al referendum dietro le quinte aveva fatto sapere alle istituzioni italiane che Roma sarebbe stata trattata bene se Padoan (considerato il garante della tenuta dei conti italiani) fosse diventato premier o quantomeno avesse conservato la poltrona al Tesoro. Tra l’altro nel conto presentato dall’esecutivo comunitario non sono entrati i 20 miliardi messi a disposizione dal governo per salvare Monte dei Paschi di Siena e le altre banche in difficoltà: visto che la cifra autorizzata dalla Commissione europea viene considerata una spesa una tantum e non incide sul deficit strutturale.
Ci è andata bene? 
Tuttavia Padoan non ci sta. Il ministro dell'Economia al World Economic Forum di Davos ha tuonato: “Il problema dell'Europa è l'Europa. I nostri problemi nascono a Bruxelles e, talvolta, a Francoforte. Dobbiamo rovesciare completamente le politiche perché ora si stanno dando i giusti argomenti per convincere che il populismo ha ragione".
In sostanza Padoan dice che l'insoddisfazione, la disillusione per il futuro e la delusione per le prospettive proprio da parte della classe media "vengono espresse dicendo no a qualsiasi cosa i leader politici suggeriscano" e in queste condizioni "individuare delle soluzioni è più difficile che dire no". Ha quindi sottolineato perentorio: "E' il segno di una crisi che richiede il ripensamento della leadership".


autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...