Trump-intelligence: spiare senza limiti

02 marzo 2017 ore 9:44, intelligo
C’è un collegamento logico tra gli attacchi di Donald Trump all’Fbi e alla Cia, ad alcuni giornali ed emittenti televisive di diffondere “bugie” e all’ex presidente Barack Obama di essere “dietro la fuga di notizie”?
La risposta è a due livelli perché lo stesso Trump si muove su due livelli. Il primo, più evidente, è quello strettamente politico. Non solo si tratta di mettere in una specie di quarantena i media che lo hanno osteggiato durante la campagna elettorale, cosa del tutto normale, ma che sono arrivati a demonizzarlo e a mettere in dubbio la legittimità della sua vittoria, e questo non è normale. In fondo non meraviglia che Trump indichi in Obama il punto di riferimento degli ambienti di intelligence, nonché diversi quadri medio-alti dell’amministrazione civile e militare, che vogliono ostacolare il suo programma con l’evidente obiettivo di metterlo in difficoltà tra meno di due anni, quando si voterà per il rinnovo totale della Camera e parziale del Senato, e soprattutto tra quattro anni per le presidenziali. Il Partito democratico è fermamente deciso a riconquistare al più presto la Casa Bianca e farà di tutto per fare apparire la presidenza Trump come una parentesi, un incidente di percorso. 

Trump-intelligence: spiare senza limiti
Tutto ciò non spiega, comunque, le critiche rivolte da Trump a diverse agenzie di intelligence,
ben sapendo che non può fare a meno della loro collaborazione, non solo nella politica interna, perché ad esempio possono arrivare alla stampa notizie imbarazzanti sui suoi più stretti collaboratori (è già successo), ma soprattutto in politica estera.  Eppure il 20 gennaio, poche ore dopo il giuramento di insediamento, Trump si è recato a Langley, quartier generale della Cia, per dire ai funzionari dell’intelligence: “Siete gente speciale, avete il mio appoggio”. Un invito alla lealtà, senza dubbio, bilanciato in questi giorni dall’annuncio di un forte aumento delle spese militari, che andranno a soddisfare il comparto della Difesa e, ovviamente, anche le agenzie di intelligence legate al Pentagono e alle singole forze armate, tradizionalmente in competizione con la Cia e con la Nsa, l’agenzia che sotto Obama aveva intercettato anche i cellulari dei leader di paesi alleati, Angela Merkel e François Hollande in primo luogo. Quanto poi all’incremento dei fondi per la Difesa, i 54 miliardi di dollari annunciati da Trump sono solo 19 miliardi in più dei 35 progettati da Obama. 
Di fronte a questi dati apparentemente contraddittori, emerge un fatto: la legittimazione dell’attività di spionaggio senza limiti e senza distinguere tra amici e nemici, tra affari interni e affari esteri. Il gran polverone alzato intorno alle presunte interferenze dei servizi segreti russi sulla campagna elettorale americana non significa altro che far sapere all’opinione pubblica, americana e mondiale, che ciascuno stato è interessato a sapere ciò che accade e soprattutto accadrà negli altri Stati. È più che logico che americani, russi e cinesi – per limitarci ai maggiori protagonisti – vogliano sapere il più possibile sui tempi e modi della Brexit, ovvero che cosa intende fare Londra e cosa intende fare Bruxelles; che vogliano sapere come andranno le elezioni presidenziali in Francia in primavera e politiche in Germania in autunno; quale sarà la politica della Bce e quale sarà il futuro dell’euro. Le relative informazioni non sono gentilmente messe a disposizione dagli interessati, ma devono essere carpite dai servizi d’intelligence. Altrimenti non servono. 
La recente campagna elettorale per le presidenziali Usa, con i contributi contrastanti del campo Obama-Hillary e del campo Trump, ha avuto la funzione – o il merito – di fare uscire il ruolo dell’intelligence dal suo tradizionale cono d’ombra. Non si tratta solo di fughe di notizie che arrivano alla stampa di cui si può lamentare Donald Trump. Proprio questa settimana, il settimanale tedesco Der Spiegel ha rivelato che, nell’audizione di Angela Merkel presso la Commissione parlamentare d’inchiesta, la Cancelliera ha confermato che nel 2013 era all’oscuro non solo del fatto che la National Security Agency  intercettava le sue comunicazione, ma che a dare una mano agli americani si erano prestati anche funzionari del Bnd, il Servizio di sicurezza tedesco, che avevano collaborato anche ad intercettare leader e diplomatici di Paesi terzi,  europei (cioè alleati) inclusi. E anche giornalisti, tra cui alcuni americani operanti all’estero. E dal 1999. Sappiamo inoltre, da tempo, che le grandi imprese, specie multinazionali, sono interessate a sapere, con il più largo anticipo possibile, che cosa fanno o pensano di fare i concorrenti. E hanno grandi risorse finanziarie a disposizione per raccogliere informazioni che poi, da economiche e tecnologiche, diventano politiche e con implicazioni strategico-militari.

Conclusione: i miliardi di messaggi che vengono scambiati ogni giorno nel mondo sono un oceano in cui la pesca è libera. Tutti spiano, o possono spiare, tutti. Il prezzo da pagare all’esplosione delle comunicazioni è  la fine della privacy. Nel mondo dei big data si disegna una nuova gerarchia di potenza  tra gli Stati e le imprese. La vecchia sigla R&S, cioè Ricerca e Sviluppo, dovrà essere riformulata con l’aggiunta della “I” di Intelligence.

di Alessandro Corneli

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