Senato accetta le dimissioni di Minzolini: evento storico con polemiche

20 aprile 2017 ore 16:15, Luca Lippi
Augusto Minzolini è riuscito nel giro di due mesi a raccogliere due record da quando c’è la Repubblica. Il primo record è stato messo a segno dal senatore di Fi il 16 marzo scorso quando è stata respinta la decadenza proposta dalla giunta delle immunità, a norma della legge Severino.
Il secondo record è stato messo a segno dallo stesso, oggi, quando con 142 Sì e 105 No per la prima volta il Senato ha accettato le dimissioni di un Senatore.
Minzolini, prendendo la parola prima del voto, ha ringraziato l'aula "nella sua interezza" per la decisione del 16 marzo, e ha reso atto anche al Pd di aver lasciato in quell'occasione libertà di coscienza. Un pronunciamento dell'assemblea che, ha detto, "ridà respiro alle istituzioni e all'Italia intera".
Senato accetta le dimissioni di Minzolini: evento storico con polemiche
Ricordiamo la vicenda giudiziaria di Augusto Minzolini: è stato giudicato colpevole dalla Cassazione per peculato continuato e condannato a due anni e mezzo di reclusione e alla interdizione dai pubblici uffici; i giudici hanno verificato infatti un uso improprio della carta di credito della Rai con la quale l’ex direttore ha totalizzato spese per 65mila euro. 
Luigi Di Maio, in occasione della votazione dell’8 marzo scorso parlò di atto eversivo, adducendo motivazioni che nella sostanza potevano anche avere un riscontro populisticamente condivisibile, ma nella forma no. 
L’articolo tre del decreto legislativo n. 235/2012, conosciuto ai più come legge Severino, prescrive che “qualora una causa di incandidabilità […] sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell'articolo 66 della Costituzione”. 
Verificando il testo costituzionale si scopre che l’articolo citato prevede un “giudizio” da parte dei membri della camera interessata, e non una “presa d’atto” come è parso volesse sostenere Di Maio. Il Parlamento ha cioè il dovere di votare, ma non di approvare la decadenza del proprio membro. Ed affermare, come fa il deputato del M5s, che “nella legge Severino c’è scritto che la Camera deve votare perché non poteva scrivere altrimenti” è una banalità che non dimostra in alcun modo l’automatismo della decadenza in caso di condanna passata in giudicato. 
In diritto le parole contano, per di più se contenute nella Costituzione. D’altra parte la sua tesi è stata smentita dal fatto che nella prima versione del decreto legislativo della Severino, preparata dal governo Monti nel 2012, il testo si presentava in modo differente: allora l’articolo tre – che sarebbe stato poi modificato – prevedeva la “decadenza di diritto”, senza rimandare all’articolo 66 della Costituzione. Se insomma il legislatore avesse voluto introdurre la decadenza automatica di fronte a una condanna in terzo grado lo avrebbe potuto fare. Gli stessi padri costituenti, intendevano l’articolo 66 come un giudizio da parte del Parlamento, e non una semplice e più debole verifica o presa d’atto.
Che ne pensa oggi Minzolini allo stato dell’arte? "Come mi sento? Bene, sollevato: sembra l'ultimo giorno di scuola. La presenza dentro le istituzioni ha senso se uno può difendere le proprie posizioni, altrimenti non ha senso starci. Io sono contento di aver fatto questa esperienza", ha detto l'ex direttore del Tg1 commentando l’ok del Senato alle sue dimissioni.
"Sia chiaro", la lettera di dimissioni "è stata una mia libera scelta. Un gesto coerente rispetto ad un impegno che avevo preso davanti alla giunta per le autorizzazioni a procedere e poi di fronte a quest'aula. Io non ho nessun obbligo se non verso ciò che ho detto", aveva sottolineato l'ormai ex senatore di Forza Italia, Augusto Minzolini, nel suo intervento durante il dibattito. "Sarò ancora più categorico: questa non è la partita di ritorno di quel voto del 16 marzo", ha aggiunto rispetto alla decisione dell'assemblea di bocciare la richiesta di decadenza avanzata dalla Giunta per le elezioni in applicazione della legge Severino. "Se fosse così ritirerei quella lettera. Senza indugio. Quella partita i giustizialisti di ogni credo, gli interpreti di una Costituzione a proprio piacimento l'hanno persa. Punto".

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autore / Luca Lippi
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