Il populismo ha ucciso Alitalia

27 aprile 2017 ore 15:33, Luca Lippi
Il populismo ha ucciso l’Alitalia, così come il populismo uccide ogni cosa. Tuttavia ‘populismo’ è un termine che può indicare tante cose e non sempre, nel linguaggio della politica, se ne fa un uso corretto. È inutile approfondire troppo, non è questa la sede, alla resa dei conti stiamo per parlare del ruolo di Berlusconi e dei suoi degni eredi, quindi non dei massimi sistemi. In estrema sintesi, populista è colui che dice ciò che il popolo vuole sentirsi dire.
Grande maestro di questa scuola politica è stato negli ultimi vent'anni Silvio Berlusconi, il cui successo, per niente offuscato dalle vicissitudini giudiziarie, non è misurabile con i risultati (pari quasi a zero) della sua azione di governo, ma col numero di discepoli che ha messo al mondo.
La notizia di ieri, o di oggi e magari di domani sull’Alitalia è e sarà sempre una notizia vecchia di vent’anni. C’è chi dice che il calvario di Alitalia nasce nel 2008 quando, fallita la vendita ai francesi di Air France-Klm, l’impresa fu affidata da Berlusconi a un gruppo di imprenditori amici e alle solite banche. Chi sostiene invece che la madre di tutti i guai abiti dalle parti dell’aeroporto di Malpensa, investimento degli anni Novanta incoerente e azzardato, regalo politico al leghismo rampante. E chi invece risale addirittura a trent’anni fa, alla defenestrazione di Umberto Nordio, e qualcosa di vero c’è, anche se naturalmente qui gioca la nostalgia per un tempo felice di monopolio, senza deregulation selvaggia. 
Sta di fatto che dietro la facciata di tanti salvataggi più o meno concreti, c’è sempre la forza del populismo, la capacità di istrionizzare ogni gesto (poco importa la sorte reale e realistica della questione) ‘Alitalia agli italiani’ diceva Berlusconi, ma ‘a bottega chi ce stà’?
Il populismo ha ucciso Alitalia
 
L’Alitalia passa indenne attraverso la prima ondata di privatizzazioni della fine degli anni Ottanta e si lancia poi nell’assurda scommessa di Malpensa che ha una motivazione politica. Come possono convivere due grandi hub, Fiumicino e Malpensa, di cui uno a pochi chilometri da un terzo aeroporto, Linate, a poca distanza dal centro di Milano? Una follia. Ma tanto paga pantalone?
La cordata di “capitani patriottici” che, vinte le elezioni, mette insieme il Cavaliere è un’accolita di imprenditori che non possono dire di no al capo del governo: c’è Roberto Colaninno, ex Telecom; ci sono i Benetton di Autostrade e Aeroporti di Roma; la famiglia Riva (Ilva); Ligresti; Marcegaglia; Tronchetti Provera. E le solite Unicredit, Intesa, Mps. 
Ma la questione non è solo quella dei clamorosi conflitti di interessi, riguarda piuttosto i costi per la collettività dell’ennesimo salvataggio: lo Stato incassa dalla vendita più o meno la metà di quanto offerto dai francesi al decaduto Prodi, e si fa carico anche di tutti i passivi di Alitalia, un paio di miliardi; gli esuberi, calcolati in duemila da Air France-Klm, diventano presto settemila. Anni dopo si scoprirà che a molti lavoratori sono stati garantiti sette anni di cassa integrazione all’80% dello stipendio (per alcuni si arriva a 30 mila euro lordi al mese) finanziata da un obolo di tre euro pagato da ogni passeggero in partenza da un aeroporto italiano. Anche se non vola Alitalia.
Nel frattempo, grazie alle concessioni ottenute e ai generosi finanziamenti di molte Regioni (la Puglia è arrivata a pagare 30 milioni l’anno per avere voli da Bari e Brindisi), Ryanair, regina del low cost, serve ormai 28 aeroporti e con 300 voli l’anno da e per l’Italia detiene ormai il 30% del mercato. Vuole salire ancora. E chi li ferma più.
È la liberalizzazione, bellezza. Però, mentre la deregulation sconvolgeva i mercati, Alitalia ha provato solo a sopravvivere senza mai sciogliere il nodo di fondo: lanciarsi nei voli a basso costo o no? E qui le cose si sono complicate, o meglio, oggi sono complicate, quando Colaninno cercava di tagliare per recuperare risorse da reinvestire Berlusconi non lo ha seguito e supportato per garantirgli il corto raggio sventolando la bandierina Italiana. 
Competere oggi sul corto e medio raggio è difficile, quasi impossibile, perché Ryanair, società di diritto irlandese, paga la metà delle tasse e vanta costi del lavoro molto più contenuti rispetto alla ex compagnia di bandiera: almeno il 30% in meno. Altri si sono difesi con accordi e fusioni (la stessa Etihad oggi corteggia Lufthansa), relegando Ryanair in aeroporti lontani dalle grandi città e, come in Francia e Germania, condizionando le concessioni all’obbligo di applicare i contratti di lavoro vigenti in casa loro. Noi no, niente di niente: privati a spese dello Stato, ma prima di tutto liberisti più che possibile. 
Per puntare invece sui grandi voli intercontinentali, più remunerativi, Alitalia avrebbe dovuto rinegoziare vecchi accordi, come quelli con Delta e Air France-Klm che vietano di aprire nuove rotte negli Usa, e trovare un socio forte francese o tedesco per allargare il mercato e avere le risorse sufficienti per acquistare nuovi aerei e sostenerne i costi.
Risultato, l’Alitalia fra una elezione e l’altra anche con l’intervento di Etihad ha bruciato più di un milione al giorno, 1.600 esuberi e chiede a Unicredit, Intesa e l’eterna Mps, un miliardo di euro per non dover portare i libri in tribunale.
Risultato? Alitalia ‘non mette le ali’ nonostante sarebbe bastato sedersi al tavolo, fare una programmazione seria, parlare meno e ottimizzare meglio le risorse. Ma Berlusconi doveva accontentare la voglia di sicurezza di un popolo, quello italiano, che vola poco ma che ora deve pagare tutto e subito, sempre che non vengano portati i libri in tribunale. Nonostante tutto il populismo riuscirà a salvare ancora una volta l’ombra di una compagnia aerea che ormai è in balia di dinamiche tutt’altro inerenti al volo e al trasporto passeggeri.
Berlusconi ovviamente se riuscisse a tornare in Parlamento spolvererebbe il memorabile "per un nuovo miracolo italiano", staremo a vedere l’erede cosa penserà di coniare di nuovo. Sempre che non decida di utilizzare vecchi slogan e Alitalia non venga ‘rottamata’. Il timore è che a salvarla ‘ce lo dirà l’Europa’ oppure che ‘salvare Alitalia per i nostri figli’.

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autore / Luca Lippi
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