La febbre da austerity: come la Finlandia si è rovinata con le sue mani

03 marzo 2017 ore 10:33, intelligo

La notizia non è che la Finlandia è in crisi, ma che l’Unione Europea se ne sia accorta così tardi. Sono quasi due anni che studiosi, giornalisti e società di rating mettono in guardia dalle penose condizioni dell’economia finnica, ma Bruxelles ha preferito ignorare i dati negativi, lasciando che si arrivasse alla situazione attuale: disoccupazione al 9,4%, tre anni consecutivi di recessione e una crescita quest’anno appena dello 0,2%, di gran lunga inferiore a quella italiana.

Nulla di cui meravigliarsi considerando che parliamo di un Paese dall’economia fragile, basata su appena due comparti, l’industria della cellulosa e quella i telefoni cellulari. Settori in crisi nerissima, perché la digitalizzazione ha fatto calare drasticamente la domanda di carta mentre il passaggio agli smartphone ha condotto quasi al fallimento la Nokia, che ora sta cercando timidamente di riaffacciarsi sul mercato con prodotti vintage come la riedizione di vecchi modelli a tastiera fisica. A perdere il posto di lavoro sono stati soprattutto operai di mezza età, che non hanno le risorse né le capacità di reinventarsi, e cominciano a pesare seriamente sul sistema previdenziale.

Ma come mai allora solo adesso la UE sembra accorgersi della situazione? Perché fino a oggi la Finlandia si è dimostrata irreprensibile; ha intrapreso di sua volontà la strada dell’austerity, seguendo ancor prima che le venisse prescritta la “cura Merkel” a base di abbassamento dei salari e tagli alla spesa pubblica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: PIL in continua contrazione, aziende in chiusura e disoccupazione doppia rispetto alla vicina Svezia.

Il perché di un comportamento così autolesionista è presto detto: la Finlandia è la patria di Olli Rehn, Commissario europeo per gli Affari economici e monetari e attuale vicepresidente del Parlamento europeo. Il falco che nel giugno 2011 minacciò i greci perché approvassero le famose misure lacrime e sangue «se volete che la prossima tranche di aiuti finanziari sia approvata», ricordando loro che «non esiste un piano B». Lo stesso che nel maggio 2012 bocciò la proposta BCE di emettere Eurobond per fermare la speculazione contro i titoli di stati italiani e spagnoli, e che per tutto il suo mandato ha ripetuto quasi ossessivamente che l’unica via d’uscita dalla crisi era un coerente programma di austerità fiscale. Misure pedissequamente messe in pratica in patria dal premier e discepolo Jyrki Katanein il quale nel 2014, messo ormai in ginocchio il Paese, lasciò la guida del governo venendo ricompensato dalla Merkel con un bel posto a Bruxelles come vicepresidente della Commissione europea per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività. Tutti settori in cui è riuscito ad affossare la Finlandia. Che ora prova a riprendersi alla solita maniera: paghe ancora più basse e limitazione dei poteri dei sindacati. Auguri.

di Massimo Spread


#austerity #finlandia #ue

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