La Trumpeconomics vincerà?

04 aprile 2017 ore 10:55, intelligo
L'otto novembre scorso vinceva le elezioni un personaggio nuovo, lontano dal mondo della politica e quindi distante da quel linguaggio political correct che generalmente caratterizza la maggior parte degli statisti. Donald Trump non si è smentito nel tempo e ha continuato come un treno nell'azione politica diretta a sconquassare non solo il paese che governa ma il mondo intero. Il suo programma economico è difficilmente classificabile, liberale per quanto riguarda le tasse, keynesiano per quanto riguarda la spesa pubblica, in particolare sulle infrastrutture per le quali è previsto un programma da un miliardo di dollari, nazionalista in materia di acquisti di beni e protezionista, impegnato a contrastare le merci straniere che potrebbero entrare nel paese con metodi non regolari almeno dal suo punto di vista.
Non c'è che dire il personaggio è molto ambizioso, e la sua vita lo conferma, ma non è facile dire quante possibilità
La Trumpeconomics vincerà?
abbia di successo. 
Sull'abolizione più o meno parziale dell'Obamacare, il programma sanitario federale, ha preso una prima cantonata, alcuni dei suoi repubblicani non lo hanno seguito, una parte perché convinti che i risparmi di spesa per lo stato sarebbero stati minimi, altri per ragioni opposte, convinti che la assistenza pubblica fosse comunque utile. Il miliardario non si è preso paura come molti si aspettavano e non ha rinfoderato la spada. Dopo meno di una settimana ha lanciato la sua sfida al mondo economico internazionale, parlando di ritorsioni verso quei paesi che non acquistano la carne bovina americana perché trattata con gli ormoni e in alcuni casi prodotta con gli ogm e ha emanato due decreti per ridurre il grave deficit commerciale degli Stati Uniti andando a individuare quelle grandi imprese che vendono in America con il sostegno pubblico del proprio paese di origine. 

Si rischia di creare una mischia gigante, perché anche gli altri paesi sarebbero incentivati a fare in qualche modo altrettanto con conseguenze economiche poco prevedibili ma sicuramente non positive a livello mondiale. Finché si limitava a contrastare la cosiddetta delocalizzazione degli impianti industriali nei paesi dove il costo del lavoro è molto basso, la questione poteva essere contenuta, ma contestare il commercio di paesi come la Cina, la Germania e la stessa Unione Europea, apre scenari non facilmente gestibili. C'è poi da dire che chi persegue una politica protezionista si ritrova un boomerang, le minori importazioni dall'estero comportano una diminuzione della propria moneta sui mercati internazionali e quindi una crescita del suo valore andando quindi a danneggiare le proprie aziende esportatrici.
Ridurre le tasse e alzare la spesa pubblica in un paese con un debito pubblico già molto alto, presenta dei rischi, per la tenuta del paese e dei suoi titoli di stato in particolare. La crescita economica degli Stati Uniti è già molto alta e la sua disoccupazione bassissima, andare a premere sull'acceleratore con tali provvedimenti rischia di ottenere più inflazione che risultati economici reali.
Il sistema economico non è come pensavano i marxisti nel secolo scorso, una specie di esercito che si muove disciplinato sulla base delle direttive dall'alto, ma un sistema complesso dove ad ogni azione corrisponde una reazione e le variabili difficili da valutare sono sempre molte.

di Luciano Atticciati


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