Siria, prove Usa attacco chimico. Margelletti: "Non c'è mai la pistola fumante. Perché non capisco Assad"

13 aprile 2017 ore 14:01, Andrea Barcariol
Clima rovente tra Stati Uniti e Russia, i rapporti sono ai minimi storici come confermato dall'incontro di ieri, fuori programma, di quasi 4 ore, tra Putin e il sottosegretario di Stato Usa Tillerson, in missione a Mosca. Secondo il rapporto del National Security Council, la Russia ha cercato di nascondere le prove del presunto attacco chimico della scorsa settimana del regime di Assad, nel nord della Siria che ha provocato 80 morti. IntelligoNews ha contattato il prof. Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I) ed esperto di geopolitica, per conoscere il suo punto di vista sulla vicenda.

Siria, prove Usa attacco chimico. Margelletti: 'Non c'è mai la pistola fumante. Perché non capisco Assad'
La convincono le prove americane riguardo l'attacco chimico in Siria?


''Ci sono una serie di dati che oggettivamente nessuno può commentare perché neanche gli alleati possono averli visti, se non limitatamente. Sicuramente le capacità militari americane di spionaggio elettronico sono totalmente superiori rispetto alle capacità siriane di difendersi o di limitare i danni. Non ho dubbi, per intenderci, che gli americani siano in grado di leggere la posta siriana. Magari alcune cose possono essere interpretate, ma se gli americani hanno prove incontrovertibili ne prendiamo atto".


In molti parlando di suicidio politico di Assad, nel caso fosse dimostrato l'utilizzo di armi chimiche. Lei cosa ne pensa?

''Le armi chimiche non faranno mai vincere la guerra ad Assad, ma sicuramente possono fargliela perdere. Questo è un discorso estramente logico che non tiene conto del dato umano, della razionalità della persona. Un comandante, un generale possono fare scelte totalmente irrazionali, con delle conseguenze che spesso sono imprevedili''.

Riguardo alle prove, trova analogie con la vicenda Saddam Hussein-Colin Powell?


''Le prove devono essere anche valutate a posteriori. Dopo il 2003 i servizi hanno fatto una sorta di wash up e hanno visto e vagliato tutto il processo informativo che aveva portato Colin Powell a fare quella dimostrazione alle Nazioni Unite, quando usò anche fonti non particolarmente affidabili, sui quali vi erano molti dubbi. Nel mondo dell'intelligence raramente si è di fronte a una pistola fumante come avviene nel mondo della criminalità organizzata''.

I rapporti sempre più tesi, tra Stati Uniti e Russia, ma fino a poche settimana fa Trump e Putin non erano grandi amici?

''Spesso si fa confusione tra rapporti personali e rapporti tra Stati, una cosa è essere il miglior amico di un'altra persona, ben diverso è avere rapporti istituzionali. Donald Trump può essere il miglior amico di Vladimir Putin, ma non necessariamente il presidente degli Stati Uniti è il miglior amico del presidente della Russia. Si tratta di due cose profondamente diverse, spesso si tende a generalizzare perché è semplice, perché piace, ma le situazioni sono ben più complicate".

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