Tra cuneo fiscale e Iva Padoan si ‘incunea’. Se ne andrà?

19 aprile 2017 ore 15:24, Luca Lippi
Alzare l’Iva per tagliare il costo del lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale. Dopo aver lanciato questa proposta, di fatto è una soluzione matematica a un problema che, se lasciato in mano alla politica, diventa una catastrofe di proporzioni apocalittiche, Padoan si ritrova stritolato nella morsa della politica, per lui che di fatto è un tecnico, suona come un affronto, uno stress che può alimentare il sospetto di vederlo a breve dimissionario.
l’Ufficio Studi di Confcommercio sull’ipotesi di un ritocco delle aliquote Iva dichiara che sarebbe un “errore clamoroso” da evitare. I commercianti contestano il fatto che “Non è rassicurante il ritorno di ipotesi di scambio tra imposte nel quale l’Iva dovrebbe crescere”.
Sulla questione si è espressa anche la Cgia di Mestre. L’Associazione si è detta contraria all’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto in cambio della riduzione del cuneo fiscale. Questa operazione, infatti, non sarebbe a somma zero. "Se a seguito di un’eventuale riduzione del costo del lavoro i vantaggi economici ricadrebbero su imprese e/o lavoratori dipendenti, il rincaro dell’Iva, invece, lo pagherebbero tutti. In particolar modo i più deboli, come i disoccupati, gli inattivi e i pensionati che, invece, dal taglio delle tasse sul lavoro non beneficerebbero, almeno direttamente, di alcun vantaggio”.
Tra cuneo fiscale e Iva Padoan si ‘incunea’. Se ne andrà?
A questo punto il presunto salvataggio di capra e cavoli sarebbe quello di una riduzione complessiva del carico fiscale su famiglie e imprese, senza rincorrere “pericolose congetture” di migrazione di gettito tra tributi.
Concretamente, però, siamo nel campo della matematica finanziaria, e se mai si volesse mettere in discussione anche la Scienza Esatta allora è buono tutto.
Diciamo che ci sono dei pro e dei contro, senza necessariamente dover scendere nell’arena politica e soprattutto in quella della ricerca di un consenso elettorale che ormai sembra già essersi delineato piuttosto chiaramente.
Dunque la domanda è: aumento dell’Iva oppure taglio del cuneo fiscale? Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dopo lo stress dei mille giorni di Governo Renzi è tornato naturalmente a pensare (da tecnico) alle necessità del Paese.
Tassare i consumi per alleggerire lavoratori e imprese, facendo cadere anche il tabù delle clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’Iva a partire dal primo gennaio 2018. Nel Def si dice che il Governo vuole disinnescare le clausole di salvaguardia e rimanda alla legge di stabilità il compito di trovare i 19,5 miliardi necessari.
Il ministro Padoan dice che per fare ripartire l’occupazione e le assunzioni, non servono bonus mirati e a scadenza, ma un taglio il più possibile ampio e strutturale del cuneo fiscale. Il problema è sempre il medesimo, la copertura economica di un’operazione che se fatta come si deve porterà via diversi miliardi.
Per questo motivo Padoan propone di alzare l’Iva, quindi andare ad incidere sui consumi, per tagliare il cuneo fiscale e spingere l’occupazione. 
Le tasse, ci insegna la Scienza Economica, non sono tutte uguali e pesano in modo diverso sull’economia di un Paese. 
L’idea ha lati positivi, più dal punto di vista economico che politico ovviamente. Alzare l’Iva mentre si va verso le elezioni è un po’ come darsi la zappa sui piedi. Bisogna domandarsi se Padoan vorrà fare il tecnico oppure se dovrà fare il politico. Terza ipotesi, potrebbe rovesciare la scrivania a mandare tutti al diavolo!
Il taglio del cuneo fiscale: Pro
Il taglio del cuneo fiscale è senza alcun dubbio una priorità per il Paese, la decontribuzione introdotta nel 2015 è servita soltanto a buttare oltre 10 miliardi di euro, a dopare i dati sul mercato del lavoro per un anno, senza però dare frutti reali sul fronte dell’occupazione stabile. Finiti gli sgravi infatti, i contratti a tempo indeterminato sono crollati e siamo tornati al punto di partenza, ma con 10 miliardi in meno in bisaccia.
In un rapporto sulla fiscalità dei Paesi europei risulta che le tasse in busta paga pesano in Italia il 47,8% contro una media Ocse del 36% e che in Italia i contributi sociali pesano per il 13% del Pil e il loro peso a carico dei datori di lavoro è tra i più alti dei paesi occidentali.
Per tentare una previsione Il Sole 24 Ore ha formulato alcune ipotesi. Prendiamo ad esempio un lavoratore con 23mila euro all’anno di lordo: per l’azienda costa oltre 30mila euro all’anno e il lavoratore ha uno stipendio netto di 17.500 euro con una differenza del 23,9% e un cuneo fiscale calcolato rapportando il costo totale dell’azienda al netto in busta paga al 41,7%.
Con una riduzione del 3% del cuneo fiscale (2/3 a favore dell’azienda e un 1/3 del dipendente) si avrebbe: un risparmio di 151 euro per il lavoratore (che se li trova in più in tasca), di 461 per il datore di lavoro e la differenza tra lordo e netto calerebbe al 23,2%.
Mentre con una riduzione del 5% (metà al lavoratore e metà all’azienda) il risultato sarebbe: un risparmio di 380 euro per il dipendente e 576 per l’azienda e una differenza tra lordo e netto al 22,2%. Per farlo però, sono necessari diversi miliardi che non abbiamo. Li avremmo se non avessimo chiesto in ginocchio all’Europa flessibilità di bilancio per poi buttare via miliardi nell’abolizione delle tasse sulla prima casa anche per i ricchi e nella decontribuzione triennale. Per trovare le risorse quindi l’unica strada da seguire rischia di essere l’aumento delle tasse.
Alzare l’Iva: i contro
Per tagliare il cuneo fiscale si ipotizza l’aumento dell’Iva. Ad oggi in Italia ci sono tre aliquote Iva: la super ridotta al 4% (per pane, pasta verdure, giornali e generi alimentari di prima necessità); ridotta al 10% (energia, trasporti, farmacie, carne, pesce, alberghi, bar, ristoranti, teatri) e quella ordinaria al 22% (tutti i beni e servizi esclusi dalle aliquote ridotte).
L’ipotesi prevede di alzare l’Iva ridotta dal 10 al 13% incassando quindi 7 miliardi aggiuntivi. A questa si aggiungono altre due ipotesi che riguardano l’Iva ordinaria: alzandola dal 22 al 25% il gettito aumenta di 12,3 miliardi e poi al 25,9% il gettito sarebbe di altri 3,7 miliardi.
Per alzare l’Iva in realtà il Governo non dovrebbe far altro che lasciare che entrino in vigore le clausole di salvaguardia (13% la ridotta e 25% l’ordinaria) che valgono oltre 19 miliardi. E con questo malloppo risparmiato tagliare il cuneo. La conseguenza negativa però, sarebbe il rischio di affossare i consumi: questo dal punto di vista prettamente economico, mentre sul fronte politico sarebbe un jolly nella manica delle opposizioni. L’aumento dell’Iva (dal quale nessuno può sfuggire) è sempre stato argomento caldo delle campagne elettorali; per questo tutti gli ultimi governi si sono impegnati per disinnescare le clausole di salvaguardia.
L’aumento dell’Iva però potrebbe piacere all’Ue che chiede da anni lo spostamento della pressione fiscale dal lavoro ai consumi. Anche in questo caso Padoan potrebbe fare un baratto: aumentare l’Iva e tagliare il cuneo in cambio di altra flessibilità per fare le riforme strutturali che significa non dover tagliare il rapporto deficit/Pil come promesso dall’Italia. 
Questo darebbe a Padoan altri margini di manovra in occasione della legge di bilancio per il 2018.
In sostanza, il taglio del cuneo fiscale è una misura necessaria che, comunque vada, sarà fatta sempre troppo tardi. E se per tagliare il cuneo fiscale sarà necessario aumentare l’Iva la colpa sarà dei governi che hanno buttato via tempo e miliardi piegando la politica economica del Paese a fini puramente elettorali.
Purtroppo però non finisce qui, c’è un altro problema affatto superficiale, la situazione italiana riflette i seguenti elementi di incertezza e potenziale pericolo:
-La crescita dell'Italia risulta modesta e non in sintonia con le impellenti necessità.
-Il debito pubblico (al 134% del Pil) è ben lontano dall'intraprendere un sentiero discendente; la bassa inflazione si traduce in un aumento del Pil nominale (comprensivo dell'inflazione) non idoneo ad erodere il debito;
-Alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione;
-Fragilità di ampi strati del sistema bancario alle prese con 360 miliardi di crediti deteriorati (un terzo di quelli dell'Eurozona);
-fragilità del quadro politico che ha portato alla nascita di un governo connotato dalla scarsa capacità riformatrice;
-lo spettro che nelle prossime politiche possa affermarsi il Movimento 5 Stelle, considerato destabilizzante per la tenuta dell'Italia;
A questi elementi, proprio ieri, si è aggiunto il Fondo Monetario Internazionale che ha tagliato le stime di crescita sull'Italia:L’Italia veste la maglia nera in Europa con la crescita più bassa del Vecchio continente, superata finanche dalla cenerentola ellenica. Sul piano globale la congiuntura economica mostra un po’ più di spinta, sebbene all’orizzonte permangano rischi eterogenei tra i quali lo spettro di una guerra commerciale”. È questa l’istantanea scattata nel World Economic Outlook (Weo), il rapporto del Fondo monetario internazionale pubblicato in occasione degli incontri primaverili congiunti con la Banca mondiale. Un’istantanea che condanna l’Italia in ultima posizione non solo in Eurozona ma anche nell’Unione, con il Pil a +0,8% per il 2017 e il 2018 rispetto allo 0,9% del 2016. 
Detto questo, e ora è possibile concludere, che margini di manovra avrebbe Padoan per non fare scattare le clausole di salvaguardia? L’Aumento dell’Iva è conseguenza di scelleratezze trasversali, prima o poi il conto qualcuno dovrà pur pagarlo. 

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autore / Luca Lippi
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