Lufthansa, dopo 10 anni un altro 'No' ad Alitalia. E' partito il gioco al ribasso

27 aprile 2017 ore 13:30, Luca Lippi
Lufthansa vede l’affare Alitalia e "lo molla". Non è un’affermazione del tutto folle; perché dovrebbe acquistare e accollarsi debiti di una compagnia aerea quando la scelta di quest’ultima è quella di fare a pezzi la compagnia di bandiera e venderla al migliore offerente?  Lufthansa entrerà, ma come dice lei, pagando quello che dice lei e soprattutto senza accollarsi gli oneri. Prossomo step, inevitabilmente, la nazionalizzazione o i libri in Tribunale.
Intanto Lufthansa fa sapere in una nota:Abbiamo una chiara intenzione di non acquistare Alitalia”. Lo ha detto il direttore finanziario di Lufthansa, Ulrik Svensson, rispondendo ad una domanda sulla posizione del colosso aereo tedesco, indiziato (?) di voler acquisire la nostra ex compagnia di bandiera.
A meno che il socio di Alitalia non risulti, alla fine, lo Stato italiano: l’ipotesi della ri-nazionalizzazione viene esclusa dal governo , ma intanto arrivano 300 o 400 milioni di prestito ponte per sei mesi, poi magari si dirà che è meglio tirare avanti altri sei mesi con altri 300 o 400 milioni piuttosto che far fallire Alitalia, e di rinvio in rinvio l’unica soluzione possibile passerà sotto il naso anche di coloro che la rifiutano, intanto ci saranno le elezioni e tutti saranno liberi di dire la loro sul destino dell’Alitalia tirando acqua al proprio mulino. Solite parole al vento.
Lufthansa, dopo 10 anni un altro 'No' ad Alitalia. E' partito il gioco al ribasso
Il ministro De Vincenti, parlando della vicenda ha sottolineato che l’unica soluzione per Alitalia è quella di mercato. Serve un piano industriale credibile che riapra una prospettiva per la compagnia”.
Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, prima dell’inizio dell’assemblea degli azionisti a Torino, in merito alle indiscrezioni su un piano alternativo per Alitalia che sarebbe spinto dalla banca ha dichiarato: “Non esiste un piano B portato avanti da Intesa Sanpaolo. Non compete a noi farlo. Noi siamo una banca, un’azienda che si occupa di credito e non di aeromobili”. È piuttosto ovvio che i banchieri devono fare banchieri e non possono certo entrare in affari con i propri creditori e soprattutto con i propri soci. Oltretutto, c’è da ricordare che Intesa Sanpaolo e Unicredit si erano rese diponibili a considerare un rifinanziamento solo a patto di una decisa sforbiciata al personale e una consistente decurtazione di costi inutili.
La stessa cosa per quanto riguarda Ethiad che fino dal principio aveva aderito al salvataggio a condizione che nel medio termine si fosse provveduto a un taglio dei costi e del personale. Disattesi gli accordi, Ethiad si sfila e non è un abbandono della nave, ma semplicemente i termini di un contratto che non sono stati rispettati, soprattutto ora che i dipendenti hanno dichiaratamente abiurato il piano di ristrutturazione.
A tale proposito, sempre Messina di Intesa Sanpaolo ha dichiarato: “Sono molto dispiaciuto per l’esito del referendum perché gli investitori italiani ed esteri sono stati un unicum, hanno fatto investimenti finanziari ma hanno anche puntato sulla crescita infrastrutturale. Ethiad era disponibile a investire cifre significative ed è molto grave che questo sia stato vanificato dall’esito del referendum. Dispiace per la condizione sociale che si determina: 20.000 famiglie con l’indotto sono un problema sociale per il Paese. Sono molto colpito e dispiaciuto da questo. Ma dall’altro la condizione dell’azienda è di oggettiva difficoltà economica. Le perdite cumulate nel 2015 e nel 2016 non consentivano la continuità aziendale. Purtroppo non c’era alternativa”.
Da parte sua, Lufthansa sin dal primo coinvolgimento aveva detto ‘no’, siamo nel 2007, provò Prodi a coinvolgere la compagnia aerea tedesca che rispose: “Non vogliamo avere a che fare con sindacati come quelli dell’Alitalia”. Perché avrebbe dovuto accettare ora? Soprattutto con le carte in tavola assai più favorevoli giacchè c’è la possibilità di entrare senza sborsare un centesimo!
Da una inchiesta del Sole24Ore, un documento redatto dopo lo studio di R&S Mediobanca dal 1989 al 2007, fa emergere che la compagnia di bandiera pubblica ha chiuso in perdita per ben 15 anni consecutivi cumulando ben 4,4 miliardi di rosso che diventano 6 miliardi a valori correnti. Poi sono arrivati i salvataggi di stato e i vari ‘cavalieri bianchi’ che alla fine hanno fatto lievitare il conto per le finanze pubbliche per la compagnia di bandiera alla cifra monstre di 7,4 miliardi di euro.
La nazionalizzazione rimane l’unica strada; dalla prima privatizzazione a oggi, tra cassa integrazione, corsi di formazione farlocchi, salvataggi ponte vari, lo Stato ha buttato 10 miliardi di euro. Per non avere una compagnia di bandiera. 
I dipendenti hanno fatto la loro scelta, ma l’indotto la subisce. La Cgil ha stimato un taglio immediato di almeno 1200 posti di lavoro, soprattutto nei settori legati a servizi di pulizia e catering. Nei prossimi mesi a rischiare saranno almeno 3mila lavoratori dell’indotto di Fiumicino. I numeri sono chiari: ogni aereo coinvolge da 6 a 8 persone e per un dipendente Alitalia, almeno due o tre dell’indotto rischiano di perdere il posto.

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autore / Luca Lippi
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