Marzo 2018, la banda dei "disonesti" vuole il voto

31 ottobre 2017 ore 12:25, Americo Mascarucci
Si voterà a marzo 2018. Dopo l'approvazione del Rosatellum bis da parte del Senato, non esistono più ostacoli per un rapido ritorno alle urne, visto che l'esigenza di armonizzare i sistemi elettorali dei due rami del Parlamento era l'unica motivazione che il Capo dello Stato avanzava per rallentare le spinte del segretario del Pd Matteo Renzi verso le elezioni anticipate. Ma cosa accadrà con il Rosatellum bis? C'è davvero poco da fantasticare o da ipotizzare, lo scenario futuro appare chiarissimo. La fantapolitica mai come stavolta deve lasciare il campo alla realtà. Il risultato del voto è in pratica già scritto e nei prossimi mesi vedremo in azione quella che, è forse opportuno definire "la banda dei disonesti"
Attenzione, il termine disonestà in questo caso è utilizzato in termini puramente "politici", non c'entra niente la disonestà intesa come illegalità. La disonestà starà nel far credere agli elettori che la campagna elettorale sarà all'insegna dello scontro fra coalizioni e programmi contrapposti, quando poi alla fine quelle stesse coalizioni e quei programmi si andranno sciogliendo all'indomani dei risultati elettorali, per dar vita a "larghe intese", "grandi coalizioni", "governi di scopo", "governicchi" e chi più ne ha ne metta.
Marzo 2018, la banda dei 'disonesti' vuole il voto

IL GRANDE IMBROGLIO
Si andrà ai blocchi di partenza con uno scenario tripartitico: centrodestra unito, Movimento 5Stelle e Partito Democratico con la probabilità di una "cosa rossa" alla sinistra del Pd capeggiata da Pietro Grasso. Poco importa tuttavia se il Pd correrà da solo o in una sorta di revival Ulivo 2.0. 
Quel che è certo, è che nel centrodestra Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d'Italia e i vari satelliti centristi uniranno le forze nei collegi uninominali per conquistare il maggior numero di parlamentari con la quota del 36% maggioritaria, per poi condurre la battaglia identitaria sul 64% di proporzionale.
La Lega di Matteo Salvini cercherà di ottenere il maggior numero di consensi nel proporzionale conducendo una campagna elettorale "dura e pura" con l'obiettivo di ottenere più voti di Forza Italia e quindi accreditarsi come partito leader del centrodestra. Sull'altro fronte Forza Italia farà altrettanto, ovviamente con l'obiettivo inverso, indebolire la Lega e mantenere la barra del centrodestra al centro, in campo europeista. 
E' evidente come un eventuale governo di centrodestra con queste premesse non avrebbe vita facile rischiando di finire come l'esperimento datato 1994, il primo governo Berlusconi fallito proprio per l'incompatibilità di fondo fra il Bossi e il Berlusconi di allora (ed erano incompatibilità più caratteriali che politiche, nemmeno lontanamente paragonabili alle divergenze di fondo che separano Berlusconi da Salvini).  
Rischio che tuttavia non si presenterà, visto che il centrodestra non riuscirà comunque ad avere i numeri in Parlamento per poter formare un governo. Così come non li avranno né il Movimento 5Stelle, nè il Pd, da solo o in coalizione con la sinistra (ipotesi al momento molto remota). 
La campagna elettorale sarà all'insegna dei soliti slogan. Il centrodestra prometterà l'ennesima rivoluzione liberale con il sempre efficacissimo abbassamento delle tasse,  l'aumento dei posti di lavoro, lo stop all'immigrazione, il no alla cittadinanza facile, la legittima difesa per tutti e via dicendo. Salvini ci aggiungerà un bel pò di anti-europeismo ma senza esagerare, per non dare l'idea di essere troppo in disaccordo con Berlusconi; probabilmente si sfumerà anche il tema dell'autonomia fiscale poco gradito a Fratelli d'Italia. 
Il Pd dal canto suo rivendicherà i meriti degli ultimi governi, l'aumento dei posti di lavoro grazie al Jobs Act, l'aumento dei consumi grazie ai bonus, il sostegno ai poveri e alle fasce più deboli e, se non sarà approvato prima della fine della legislatura, rilancerà lo Ius Soli per non appaltare la difesa dei diritti dei migranti alle forze della sinistra. Il tutto condito con ripetuti allarmi sul rischio "deriva populista" rappresentato tanto dal centrodestra che dai 5Stelle. 
I grillini manco a parlarne: la loro campagna elettorale sarà contro tutti, contro il Pd sul caso banche, contro il centrodestra sull'impresentabilità di Berlusconi come leader, contro i privilegi, le caste e via dicendo, con la differenza che mentre cinque anni fa i pentastellati erano digiuni di esperienze amministrative e potevano rivendicare a tutti gli effetti la loro diversità, adesso dopo aver conquistato Roma e altri comuni capoluogo amministrandoli con risultati a dir poco disastrosi, questa diversità sarà molto, ma molto sbiadita. 

L'UNICO SCENARIO
Il dato certo è che il giorno dopo le elezioni nessuno sarà in grado di avere i numeri per formare un nuovo governo. Impensabile tornare al voto dopo tre mesi come accaduto in Grecia e in Spagna di fronte all'oggettiva impossibilità di formare un governo di larghe intese. In Italia il governo è invece già pronto. 
Inutile dire che nascerà su un nuovo Patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi. Del resto Pd e Forza Italia a ben vedere sono perfettamente interscambiabili. Al di là degli slogan, resta il fatto che Renzi al governo ha realizzato tutto ciò che in tanti anni Berlusconi ha tentato di fare senza successo, ad iniziare dalla riforma del mercato del lavoro, finendo con la tanto inseguita abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma difficilmente Pd e Fi da sole potranno avere i numeri necessari per essere maggioranza. 
La Lega certamente non potrà mai accettare di far parte di un governo d'inciucio con Renzi e Berlusconi e non a caso Salvini ha già detto a chiare lettere di essere pronto a dialogare con i 5Stelle piuttosto che con il Pd. Ma lo dice sapendo di non poterlo fare e con il chiaro intento di mandare un messaggio al suo elettorato, allo zoccolo duro: ossia che l'alleanza con Forza Italia non prevederà in nessun caso dopo il voto la prospettiva di un governo di coalizione. Ma Berlusconi e Renzi hanno troppe cose in comune per non unirsi in nome della governabilità. 
Il leader leghista farà nè più, nè meno, quello che hanno fatto in Spagna i socialisti optando per l'astensione. In questo modo non parteciperanno direttamente al Governo Renzi-Berlusconi, non faranno parte della maggioranza di governo ma ne garantiranno comunque la sopravvivenza, almeno alla Camera visto che al Senato l'astensione vale come voto contrario (ma qui la ripartizione dei seggi è su base regionale), permettendosi anche il lusso di esercitare un potere di ricatto politico sull'esecutivo. Il voto dunque servirà soltanto per riequilibrare i rapporti di forza, indebolire al massimo il Movimento 5Stelle e favorire lo scenario del governo di minoranza Pd-Fi retto dall'astensione del Carroccio. Del resto non sono questi tre i fautori del Rosatellum bis?  
 
 





 

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