Consultellum e Italicum: viaggio nella legge elettorale: le ipotesi

04 maggio 2017 ore 9:56, intelligo
Il 17 maggio 2013, la Corte suprema di cassazione critica aspramente la legge Calderoli, rilevando importanti questioni
Consultellum e Italicum: viaggio nella legge elettorale: le ipotesi
di legittimità costituzionale e affidando alla Corte costituzionale un eventuale giudizio di incostituzionalità. E’ il dicembre 2013 quando la Corte Costituzionale stabilisce l’effettiva incostituzionalità del Porcellum, legge elettorale utilizzata nei precedenti 3 turni delle consultazioni politiche.  Da qui la necessità stringente di un rinnovamento, auspicato da tutte le forze politiche durante la campagna elettorale di quando utilizzarono il problema soprattutto per attrarre l’elettorato.
E’ il gennaio 2014 quando la sentenza con cui la Corte Costituzionale stabilisce l’incostituzionalità del Porcellum viene pubblicata. Con questa bocciatura di fatto, i giudici forniscono anche un quadro di indirizzo per il legislatore atto alla stesura di una nuova legge, specificando però che non c’è un modello di legge elettorale imposto dalla Corte Costituzionale. Quello che contestano, come abbiamo visto, sono il meccanismo del premio di maggioranza che scatta a prescindere dai voti raccolti (a livello nazionale alla Camera e regione per regione al Senato) sia il meccanismo delle liste bloccate nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza. In particolare si fa notare che il premio di maggioranza come  previsto dal Porcellum, può produrre una “distorsione” perché non è indicata nella legge una soglia minima di voti che la coalizione vincente deve ottenere. Da parte della Corte c’è da notare un’apertura verso il modello spagnolo con liste bloccate corte, in pratica un proporzionale con piccole circoscrizioni capaci di eleggere un minimo di quattro a un massimo di 5 deputati. Di fatto, la Consulta si limita a depurare il Porcellum dai profili di incostituzionalità, prima di tutto il premio di maggioranza che al Senato veniva attribuito su base regionale.
Nello stesso periodo, avviene anche qualcosa d’altro nel panorama politico italiano: il segretario del PD, Matteo Renzi, fa di fatto cadere il governo presieduto da Enrico Letta, suo compagno di partito, - passerà alla storia il suo “Enrico stai sereno” - e si sostituisce ad esso in un nuovo esecutivo diventando il presidente del Consiglio. In questa nuova posizione, intensifica i lavori su possibili ulteriori modifiche della legge elettorale, purtroppo per noi – ma anche per lui – sulla base di precisi scenari futuri favorevoli sia al suo governo che al suo partito. Così, il Parlamento approva nel maggio 2015 la nuova legge elettorale – bada bene solo per la Camera dei Deputati – battezzata Italicum dallo stesso Renzi – e che entra in vigore il 1 di luglio del 2016.
Consultellum e Italicum: viaggio nella legge elettorale: le ipotesi
Ed ecco perciò attualmente i ben due sistemi elettorali – uno per la Camera e uno per il Senato – che ci ritroviamo:
Camera dei Deputati: proporzionale a turno unico con premio alla singola lista che superi il 40% (Italicum) il che consentirebbe di arrivare ai fatidici 340 seggi (il 54% dei 630 disponibili). La lista deve essere composta da un candidato capolista, e da un elenco di candidati su cui l’elettore può esprimere fino a due preferenze, purché su candidati di sesso diverso. Da rimarcare che i partiti devono compilare liste elettorali miste e i capilista dello stesso sesso non devono superare il 60%. Nella fattispecie estremamente probabile che nessuna delle singole liste super il  fatidico 40%, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra tutti i partiti che abbiano superato il 3%. Ulteriore problema: le liste non possono coalizzarsi, quindi il premio è sempre e solo inteso alla lista.  E se non bastassero le complicazioni già evidenti, ecco le aggiunte: stabiliti i deputati spettanti a ciascuna lista su base nazionale, scatta un algoritmo – sì avete letto bene, proprio un algoritmo e pure complesso – e con esso i seggi vengono attribuiti su 100 collegi plurinominali (per ogni collegio il numero di seggi è compreso tra tre e nove e nove sono i candidati che ogni lista può presentare). Per il piacere delle segreterie di partito, restano i capilista bloccati in tutti e 100 i collegi. Alla fine, primi eletti risulteranno ovviamente i capilista, seguiti dagli altri candidati in base alle preferenze ottenute. C’è anche da dire che i capolista possono essere candidati in più collegi, per un massimo di 10. Il capolista però, differentemente da quanto accadeva prima, non può più scegliere un collegio a sua discrezione, anche se per ora non è ben chiaro come ci si organizzerà e vige il criterio di sorteggio. Inoltre, era stato previsto che nel caso in cui nessuna delle liste raggiungesse il 40% le due con più voti avrebbero dovuto sottoporsi a un ballottaggio ma, anche in questo caso, con una recente sentenza, la Corte ha stabilito che si tratterebbe di norma illegittima.
Senato della Repubblica: proporzionale puro con doppia soglia (Consultellum). Si tratta di un sistema proporzionale puro, che esclude sia il premio di maggioranza che i capolista bloccati, quindi tutti gli eletti saranno tali solo in base alle preferenze. Per accedere alla ripartizione dei seggi, bisogna aver superato uno sbarramento dell’8% per le liste non coalizzate e del 3% per le liste coalizzate, sempre e comunque se la coalizione superi il 20% dei voti. Ogni collegio è riconducibile a una regione, per un totale di 20 collegi. Per il Senato, a differenze che per la Camera, l’elettore può esprimere una sola preferenza. 
Ed ecco perciò che Camera e Senato possono vantare due sistemi elettorali disomogenei, con la sostanziale differenze del premio di maggioranza, previsto alla Camera e assente al Senato, ma con un premio di maggioranza alla sola Camera molto complicato da raggiungere con un elettorato “tripolare” come possiamo dire di avere oggi in Italia.  In più, con l’ultima sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il ballottaggio tra le due coalizioni che alla Camera avessero ottenuto il maggior numero dei voti senza arrivare al fatidico 40%, abbiamo completamente perso la garanzia che eventuali elezioni esprimano una maggioranza consistente. Infatti, in base ai sondaggi che stimano gli attuali partiti, alcuni istituti hanno voluto provare a vedere le eventuali maggioranze che si sarebbero potuta creare se davvero il voto degli italiani fosse stato uguale alle intenzioni di voto espresse. Ebbene, non si è trovata nessuna maggioranza possibile, mentre al Senato se ne sarebbe potuta creare una risicatissima, per un solo voto, ma a costo che i partiti si adeguassero a un inciucio del tipo PD-Aut-NCD-FI… da non augurare a questo già maltrattato Paese.

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di Anna Paratore
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