Catalogna, Piqué è la vera faccia degli indipendentisti. Come Puigdemont

05 ottobre 2017 ore 11:32, Fabio Torriero
Gerard Piqué, il noto calciatore del Barcellona, incarna plasticamente l’indipendentismo “sentimentale, infantile e stralunato, un po’ tragi-comico”, montante in Catalogna. Non è un terrorista, non è un sovversivo, non è un rivoluzionario doc, non ne ha la statura; né ha il coraggio di applicare veramente al calcio la secessione; esattamente come il presidente Puigdemont, il quale isolato dalla Spagna e dalla Ue, continua a gonfiarsi come un tacchino mediatico nelle sue improvvisate ed “eccitanti” vesti di “anti-re”, ennesima riproposizione di un’invidia sociale, di una lotta di classe ideologica che viene da lontano.

Il giorno del voto Piqué ha pianto via etere: ovviamente come molti suoi concittadini, illusi e ingannati dalla demagogia indipendentista illegale, si è turbato per la repressione (prevista invece, in qualsiasi ordinamento democratico) dell’odiata polizia di Madrid. Insomma, ha visto soltanto lo schiaffo e non il la causa dello schiaffo.
Il giorno del discorso di re Felipe VI, Piqué, consapevole e fiero del momento storico della sua Catalogna, ha giocato a carte e si è fatto raccontare da amici (interessati) il contenuto dell’“indegno” proclama reale, reo (il sovrano) di aver ribadito la priorità dello Stato di diritto, dell’unità nazionale e della legalità. Indegno: termine ideato dalla sindaca di Barcellona famosa per orinare per strada e farsi riprendere mentre lo fa (un  esempio di stile e di senso civico democratico e progressista).
Il risultato è che il giocatore miliardario del Barcellona (e molto bravo con piedi, meno col cervello) è stato fischiato negli stadi dai cattivi spagnoli, ha messo in difficoltà i suoi colleghi di nazionale, e ha avuto dei problemi col compagno di reparto Ramos del Real Madrid (il simbolo dell’unionismo anti-indipendentista).
E ora? Niente paura. Piqué, messo all’angolo, di fronte alla secessione ideale ha prevalso la realtà: soldi brend e marchio globale: “Nessuna secessione dalla nazionale spagnola; non lascio la nazionale. Ho deciso di provare a girare la situazione”. Girando proprio ciò che aveva detto lui stesso, nei giorni scorsi: “Un indipendentista può giocare in nazionale, ma non è il mio caso”. Come dire, da indipendentista mediatico concilio capra (idee) e cavoli (interessi economici), restando in Spagna.  E’ lo stesso sogno inconfessabile di Puigdemont, solo che non può ammetterlo.

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