Corte Ue a Ungheria e Slovacchia: ridistribuzione migranti in aiuto a Italia e Grecia

06 settembre 2017 ore 11:06, intelligo
Respinti i ricordi di Slovacchia e Ungheria: così ha deciso la Corte di giustizia dell'Ue a chi contestava contestava la legalità dello schema dei ricollocamenti di rifugiati tra stati membri. La decisione era stata adottata dal Consiglio, ricorda una nota della Corte, "come risposta alla crisi migratoria che ha colpito l'Europa nell'estate 2015", per aiutare l'Italia e la Grecia ad affrontare il flusso massiccio di migranti. La decisione prevede la ricollocazione dai due stati membri, e su un periodo di due anni, di 120 mila persone in evidente bisogno di protezione internazionale verso gli altri stati dell'Unione. Nella nota della Corte si spiega che la decisione è stata adottata sul fondamento dell'articolo 78 (paragrafo 3) del Trattato sul funzionamento dell'Ue, nel quale si indica che "se uno o più stati membri devono affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello stato membro o degli stati membri interessati", deliberando dopo una consultazione del Parlamento europeo. 
La Slovacchia e l'Ungheria, come Repubblica Ceca e Romania hanno chiesto alla Corte di giustizia di annullare la decisione adducendo "da un lato motivi intesi a dimostrare che la sua adozione e' viziata da errori di ordine procedurale o legati alla scelta di una base giuridica inappropriata e, dall'altro, che non e' idonea a rispondere alla crisi migratoria nè necessaria a tal fine". La Polonia poi è intervenuta a sostegno della Slovacchia e dell'Ungheria, mentre Belgio, Germania, Grecia, Francia, Italia, Lussemburgo, Svezia e Commissione Ue sono intervenuti a sostegno del Consiglio.
Corte Ue a Ungheria e Slovacchia: ridistribuzione migranti in aiuto a Italia e Grecia
DECISIONE NEL MERITO 

L'articolo 78 (paragrafo 3) del Trattato sul funzionamento dell'Ue, prevede la consultazione del Parlamento europeo quando viene adottata una misura fondata su questa disposizione. L'articolo in questione "non contiene alcun espresso riferimento alla procedura legislativa, cosicché la decisione impugnata ha potuto essere stata adottata nel quadro di una procedura non legislativa e costituisce" quindi "un atto non legislativo". 
L'articolo 78 (paragrafo 3) del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea consente alle istituzioni dell'Unione di adottare tutte le misure temporanee necessarie a rispondere in modo effettivo e rapido a una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di migranti. La Corte chiarisce anche che, considerato che la decisione impugnata costituisce un atto non legislativo, la sua adozione non era assoggettata ai requisiti riguardanti la partecipazione dei parlamenti nazionali e il carattere pubblico delle deliberazioni e dei voti in seno al Consiglio. Questi requisiti si applicano infatti solo agli atti legislativi. La Corte rileva anche che l'ambito di applicazione temporale della decisione impugnata (ossia dal 25 settembre 2015 al 26 settembre 2017) è circoscritto in maniera precisa, e che quindi il suo carattere temporaneo non può essere rimesso in discussione.
La Corte dichiara che le conclusioni del Consiglio europeo del 25 e 26 giugno 2015, secondo cui gli stati membri devono decidere "per consenso" sulla distribuzione di persone in evidente bisogno di protezione internazionale, "tenendo conto della situazione specifica di ogni stato membro", non potevano essere d'impedimento all'adozione della decisione impugnata. Queste conclusioni facevano infatti riferimento a un altro progetto di ricollocazione, pensato come risposta all'afflusso di migranti rilevato nei primi sei mesi del 2015, per ripartire 40 mila persone tra gli stati membri. Questo progetto è stato oggetto della decisione 2015/1523 e non di quella impugnata. La Corte aggiunge anche che il Consiglio europeo non può in alcun caso modificare le regole di voto previste dai Trattati.

IN SINTESI 
In sostanza per la Corte il numero poco elevato di ricollocazioni effettuate ad oggi "può spiegarsi con un insieme di elementi che il Consiglio non poteva prevedere al momento dell'adozione" della decisione, in particolare "la mancanza di cooperazione di alcuni stati membri". Secondo la Corte, infine, il Consiglio non e' incorso in errore manifesto di valutazione nel considerare che l'obiettivo perseguito dalla decisione impugnata non poteva essere realizzato da misure meno restrittive.
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