Quando ci sarà il voto: urne primaverili, Mattarella, Renzi e Berlusconi

08 settembre 2017 ore 9:42, intelligo
La domanda è di quelle ricorrenti: quando si andrà a votare? Una risposta certa non c’è, ma nei corridoi di Montecitorio si parla con insistenza di date decisamente lontane, ovvero aprile, o addirittura maggio del 2018. Aprire le urne elettorali nell’ultima finestra utile non dispiacerebbe né alle forze governative, né alle opposizioni. Parlamentari delle sponde più diverse portano varie ragioni a sostegno delle urne primaverili.
La prima - in ottica Pd - è che la conferma di una ripresina economica e di una diminuzione degli sbarchi potrebbe favorire un recupero di consensi da parte del Nazareno. Meglio allora votare il più tardi possibile. Silvio Berlusconi, a sua volta, se vuole percorrere il tentativo di seguire l’istituto giuridico della riabilitazione e presentarsi come candidato premier deve superare per ragioni tecniche almeno il mese di marzo 2018.
Quando ci sarà il voto: urne primaverili, Mattarella, Renzi e Berlusconi
C’è chi sostiene, poi, che votare in primavera favorirebbe l'accesso ai seggi elettorali anche nei paesi di montagna. Altro elemento è la possibilità di accorpare le Politiche con le elezioni regionali previste nel 2018 (si vota in Lombardia, Lazio, Molise, Basilicata oltre alle regioni autonome Friuli, Trentino e Val d'Aosta). Se non si vuole costringere il Paese a una campagna elettorale permanente, ragionano a Montecitorio e Palazzo Madama, l'election day potrebbe essere una soluzione ragionevole, oltretutto con un forte risparmio per le casse dello Stato. Inoltre, spiegano, votare in soluzione unica semplificherebbe il quadro di alleanze e candidature. In questo senso molta curiosità suscita il voto in Sicilia del prossimo 5 novembre che darà indicazioni importanti ai tre grandi blocchi, centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 Stelle.

Naturalmente bisognerà capire cosa ne pensa Sergio Mattarella. Per votare in primavera il Capo dello Stato dovrebbe portare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. La Costituzione stabilisce che Camera e Senato restino in carica per cinque anni dalla data della loro prima convocazione. Una volta concluso questo termine è necessario tornare a votare entro 70 giorni dalla fine della legislatura.

L'inizio della XVII legislatura è avvenuto il 15 marzo 2013 con la prima seduta di Camera e Senato. La data ultima per il voto sarebbe dunque il fine settimana del 19 e 20 maggio. Mattarella, però, potrebbe anche decidere di sciogliere le Camere anticipatamente come fece Giorgio Napolitano con il governo Monti (si votò il 24 e 25 febbraio, un unicum nella storia repubblicana). Una circostanza questa – e qui si apre un altro capitolo – che le “macchine” dei partiti e anche i sindaci che aspirano a diventare parlamentari si augurano vivamente. Con uno scioglimento anticipato anche solo di trentuno giorni, infatti, i partiti dimezzerebbero il numero di firme necessarie per presentare le liste. I sindaci, invece, aggirerebbero l’obbligo di dimettersi sei mesi prima della scadenza naturale della legislatura e potrebbero coronare il sogno (diffuso) di approdare sugli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama.

 
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