Pensione anticipata anche senza Ape, casi in cui è possibile senza costi

13 aprile 2017 ore 15:44, Luca Lippi
C’è la strada per andare in pensione prima spendendo meno che con l’Ape? I decreti attuativi non ci sono, il governo è in forte ritardo e la data del 2 maggio, data di partenza reale dell’operazione, rischia di essere una delle tante date perentorie non in grado di rispettare. Allo stato attuale dopo il varo dei decreti attuativi e l’accordo quadro con banche ed assicurazioni, occorrerà il parere del Consiglio di Stato, la registrazione della Corte dei Conti, nonché un paio circolari e tre o quattro messaggi dell’Inps. Il quale Inps per bocca del suo presidente ha fatto sapere che è ha già pronto tutto, compreso l’applicativo informatico, ma che senza decreti e senza circolari non può fare niente.
Ma a prescindere da questo, nell’aria già aleggia la sensazione di un ennesimo flop previdenziale.
Tuttavia, è possibile andare in pensione prima senza doversi sobbarcare i costi (che vedremo dopo) dell’Ape.
Da quest'anno con la “rendita integrativa temporanea anticipata” sarà possibile lasciare il lavoro 3 anni e 7 mesi prima del previsto. La Rita è cumulabile con l'Ape e può aiutare a ridurne i costi in modo significativo. La Rita introdotta dalla legge di Bilancio 2017, questo nuovo strumento consente di andare in pensione a 63 anni, cioè con un anticipo massimo di 3 anni e 7 mesi rispetto all’attuale requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia. Vediamo come funziona.

COS’È LA RITA?
In sostanza, con la Rita i contribuenti possono ottenere un anticipo della pensione integrativa. È possibile infatti chiedere al fondo pensione presso il quale si è iscritti d’incassare con erogazioni mensili tutto o parte del montante contributivo accumulato. Bisogna però cessare il rapporto di lavoro e utilizzare la rendita come “assegno ponte” fino alla pensione vera e propria. 

QUALI SONO I REQUISITI PER ACCEDERE ALLA RITA?
La Rita spetta a tutti i lavoratori iscritti all’Inps (dipendenti, autonomi e parasubordinati) che abbiano sottoscritto un piano di previdenza integrativa, a patto che soddisfino gli stessi requisiti previsti per l’Ape:
- almeno 63 anni di età;
- almeno 20 anni di contributi versati;
- maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia entro 3 anni e 7 mesi;  
- l’ammontare della futura pensione deve essere pari ad almeno 1,4 volte il trattamento minimo Inps (circa 703 euro al mese), al netto dell’eventuale rata di restituzione del prestito bancario collegato all’Ape;
- non bisogna essere già titolari di una pensione diretta;
- anche se non si richiede l’Ape, ma solo la Rita, bisogna ottenere dall’Inps la “certificazione Ape”, che conferma il possesso dei requisiti necessari per accedere all’anticipo pensionistico tramite prestito bancario.

QUANDO SARÀ POSSIBILE OTTENERE LA RITA?
Come l’Ape, la Rita sarà operativa in via sperimentale dal primo maggio 2017 al 31 dicembre 2018. 

TUTTI I FONDI PENSIONE POSSONO EROGARE LA RITA?
No. Sono esclusi i fondi pensione a prestazione definita, ossia quelli che si impegnano a corrispondere una prestazione pensionistica predeterminata, a prescindere dai risultati della gestione delle risorse raccolte.

SONO PREVISTI VANTAGGI FISCALI?
Sì. Sulla parte imponibile della Rita si applica una tassazione agevolata, cioè un’imposta con aliquota al 15%, ridotta dello 0,3% per ogni anno di partecipazione alla previdenza integrativa eccedente il 15esimo. La riduzione, in ogni caso, non può superare il 6% (quindi l’aliquota minima è del 9%). Ai fini dell’applicazione dell’aliquota ridotta, sono computati fino a un massimo di 15 anche gli anni di iscrizione alla previdenza complementare anteriori al primo gennaio 2007. 

SI PUÒ CHIEDERE LA RITA INSIEME ALL’APE?
Sì. Anzi, in molti casi conviene, perlomeno se si vuole accedere all’Ape volontaria. Quest’ultima impone di sottoscrivere un prestito bancario assicurato che andrà restituito (con tanto di interessi) nei primi 20 anni di pensionamento effettivo con una decurtazione dell’assegno previdenziale. È evidente che, incassando contemporaneamente anche la Rita, il contribuente potrà ridurre l’entità del prestito bancario da richiedere con l’Ape, limitando così l’impatto dei rimborsi sulla futura pensione.

Volendo fare una classifica dei fallimenti in materia di riforma pensioni, in primis c’è stato l’anticipo del tfr in busta paga che doveva riversare nell’economia reale italiana un fiume di risorse fresche, altrimenti ristagnanti al fondo tesoreria dell’Inps e nei Fondi pensione. Solo lo 0.8% degli interessati, quelli più disperati in assoluto, lo hanno richiesto. La misura, alla scadenza del 2018, certamente non sarà rinnovata.
Secondo flop l’opzione donna per consentire alle ” nonne di stare un po’ di più con i nipotini“, secondo una enfatica ed incauta affermazione fatta dal mancato deus ex machina dei destini italiani. Su quarantamila ipotizzate, hanno chiesto l’opzione donna, prorogata con la legge finanziaria 2017 o come si chiama ora, circa 4000 donne, il 10%. 
Poi c'è il part-time pensionistico entrato in vigore dal 2 giugno 2016, dava la possibilità ai lavoratori che avrebbero maturato il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre 2018, di andare in part time verso la pensione, mantenendo l’intera contribuzione.  
La norma prevedeva l’accordo tra lavoratore e impresa con vantaggi soprattutto per il dipendente. La misura dà la possibilità per le persone che maturano 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60%. Questa facoltà non può essere usata nel settore pubblico né naturalmente per il lavoro autonomo. Impresa e lavoratore firmano un contratto di riduzione dell’orario con una durata pari al periodo tra la firma dell’accordo e il raggiungimento del requisito della pensione. Le domande presentate all’Inps sono state appena 200. 
Anche in questo caso dovevano essere circa 40/60mila. Tito Boeri commentando i primi dati a luglio dello scorso anno (100 richieste nel primo mese) aveva messo in guardia sugli “interventi estemporanei e parziali” con “costi amministrativi superiori alle somme erogate”. La misura, sulla quale fu attivata una campagna pubblicitaria del governo per far conoscere a lavoratori e imprese i vantaggi dello strumento, è stata fallimentare.

Questi precedenti aleggiano minacciosamente sull’ape volontaria. In effetti questa flessibilità macchinosa, barocca e costosa, è frutto di una palese improvvisazione fatta per cercare di accontentare  i sindacati da una parte,  i censori della Ue dall’altra e scontentando entrambi.
Il tasso di interesse per avere il prestito previdenziale per l’Ape stimato a settembre dello 2,5% ora è salito a 2,75%. Interesse che si paga sulla cifra anticipata dalla banca che è la somma di tre componenti. Primo, la quota di pensione che si vuole anticipare (il 90% del futuro assegno se l’anticipo è di 1 anno, ma solo il 75% se si anticipa il massimo, cioè 43 mesi). Secondo, il premio assicurativo (il 29% dell’anticipo). Terzo, una fee pari allo 0,08% annuo, una commissione di accesso al fondo di garanzia statale da 70 milioni che interviene quando il pensionato non paga più le rate o muore oppure l’assicurazione fallisce. Insomma, l’Ape costa. Fino al 15% se si chiede l’anticipo massimo. E comunque attorno al 5% annuo. Secondo alcune simulazioni, un lavoratore con futura pensione netta da 1.500 euro dovrebbe rinunciare a circa 60 mila euro per andare in pensione 3 anni e 7 mesi prima per avere un assegno poco superiore ai 1000 euro netti, tenendo anche conto della detrazione al 50% su interessi e premio assicurativo.
Con queste prospettive, sarà interessante vedere quanti effettivamente richiederanno l’Ape volontaria a fronte dei 300 mila preventivati per quest’anno. Invece le domande per ottenere l’ape sociale sicuramente saranno molte di più delle 35.000 ipotizzate e per la cui concessione sono stati fatti striminziti stanziamenti.
Poiché non si tratta di un diritto soggettivo, l’ape sociale è soggetta per la sua concessione ad alcuni criteri contenuti in uno dei decreti non ancora usciti e chi, pur possedendoli non entrarà in graduatoria, slitta all’anno successivo, ma senza arretrati.
Data questa situazione, ora che il governo ha abbozzato anche il dpef 2018 senza nessun rinvio alle pensioni, nonostante la fase 2 governo-sindacati sulle pensioni,  non si dovrebbe aspettare la fine della sperimentazione per cercare altre strade, magari partendo dalla proposta Damiano che proponeva un taglio puro e semplice alle prestazioni anticipate, magari rimodellandoli in due fasce, fino a 65 anni anagrafici un tipo di penalizzazione e da 65 a 66 e 7 una penalizzazione attuariale più lieve. E lavorare nel frattempo bene per rendere esigibile per tutti gli aventi diritto, della cosiddetta ape sociale.

#Ape #Rita #Flop #Anticipopensionistico
autore / Luca Lippi
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