"Migranti si conformino ai nostri valori": a chi non piace la Cassazione

16 maggio 2017 ore 10:11, Americo Mascarucci
"Gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno l'obbligo di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso di stabilirsi, ben sapendo che sono diversi dai loro". A stabilirlo è la Cassazione, che ha condannando un indiano Sikh che voleva circolare con un coltello sacro secondo i precetti della sua religione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’indiano condannato a duemila euro di ammenda per aver portato, fuori dalla propria abitazione, e senza alcun giustificato motivo, un coltello di quasi 20 centimetri.
'Migranti si conformino ai nostri valori': a chi non piace la Cassazione

LA SENTENZA - Secondo quanto riportato nella sentenza n. 24084 della I sezione Penale, "l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine ma il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante". L’immigrato che decide di stabilirsi in una società in cui è consapevole che i valori di riferimento sono differenti da quella da cui proviene, ne impone il rispetto. Non è infine tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, anche se leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante. 
"La convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l'identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l'integrazione non impone l'abbandono della cultura d'origine, in consonanza con la previsione dell'articolo 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante" scrive espressamente la Cassazione. 

IL CASO - Il 6 marzo del 2013 l'indiano era stato sorpreso a Goito (Mn), dove c'è una grande comunità sikh, mentre usciva di casa armato di un coltello lungo quasi venti centimetri. L'indiano aveva sostenuto che il coltello (kirpan), come il turbante "era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso". Per questo aveva chiesto alla Cassazione di non essere multato e la sua richiesta era stata condivisa dalla Procura della Suprema Corte che, evidentemente ritenendo tale comportamento giustificato dalla diversità culturale, aveva chiesto l'annullamento senza rinvio della sentenza di condanna. La Cassazione ha invece confermato la condanna.

LE REAZIONI - Naturalmente il dibattito politico si è subito infuocato. C'è chi come l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno parla di "sentenza storica" ribadendo come non possa essere riservata esclusivamente al caso di specie ma debba costituire una sorta di regolamento da applicare a tutti gli immigrati che vogliono integrarsi in Italia mantenendo tradizioni in contrasto con l'ordinamento italiano. 
Il centrodestra nel complesso plaude alla sentenza. "Oggi era un indiano che voleva girare libero con un coltello sacro per le vie della città - commenta Daniela Santanché di Forza Italia - e magari domani potevamo imbatterci in una bella carovana di elefanti che trasportavano merci di ogni genere". 
Di diverso avviso invece Emanuele Fiano del Partito Democratico: "Speriamo che ora non sia usata come una clava dai vari Salvini - scrive - si tratta di un principio semplice e giusto sancito dalla Cassazione che si riferisce ad un caso singolo. A noi preoccupa la fanfara della xenofobia che userà una sentenza che difende un corretto uso del diritto di tutti come un'arma nei confronti di qualcuno".
"La sentenza della Cassazione è molto equilibrata e sottolinea anche il valore della diversità e della multiculturalità e la necessità di un cammino di integrazione degli immigrati, oltre a ribadire che ciò non può prescindere dal rispetto giuridico e legale di alcune regole su cui è strutturata la nostra società, con i suoi valori". È quanto osserva monsignor Giancarlo Perego direttore di Migrantes, la fondazione della Cei che si interessa di migranti, rifugiati, profughi.

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