Omeopatia, Meluzzi: “La scelta delle terapie non è un'ideologia. Attenti a delirio social”

29 maggio 2017 ore 14:17, Stefano Ursi
In questi giorni è infuocato il dibattito sulla morte del bimbo per un'otite curata con omeopatia. E ovviamente in molti si confrontano sull'omeopatia e sul suo rapporto con la medicina allopatica: quando e come va usata? Quali sono i limiti e i benefici? Su questo IntelligoNews ha sentito il prof. Alessandro Meluzzi, psichiatra, il quale così commenta: ''Io credo che ci sia un problema fondamentale, che è quello legato all'appropriatezza delle cure: io sono un medico e se mia figlia avesse un'otite gli darei degli antibiotici, che sono la terapia elettiva di questa patologia. Ciò detto, però, bisogna dire che c'è anche un problema di accuratezza della diagnosi''.

Omeopatia, Meluzzi: “La scelta delle terapie non è un'ideologia. Attenti a delirio social”
Alessandro Meluzzi
Problema sono i farmaci omeopatici o l'utilizzo che in alcuni casi ne viene fatto, in sostituzione e non in integrazione con quelli allopatici?

''Io credo che ci sia un problema fondamentale, che è quello legato all'appropriatezza delle cure: io sono un medico e se mia figlia avesse un'otite gli darei degli antibiotici, che sono la terapia elettiva di questa patologia. E se si tratta di un'otite media o profonda non può essere sottovalutata. Io sono dell'idea che quel bambino avrebbe dovuto essere trattato con una terapia antibiotica appropriata. Ciò detto, però, bisogna dire che c'è anche un problema di accuratezza della diagnosi, perché se è vero in questo caso ci sarebbero state delle situazioni precedenti in cui la patologia era receduta con farmaci omeopatici, è possibile che una situazione meno grave sarebbe receduta anche semplicemente senza alcuna terapia. C'è da dire che rispetto ad alcune sindromi virali come l'influenza, per esempio, l'uso di antibiotici è inappropriato perché buona parte di queste patologie si basi virali recedono da sole, con o senza omeopatia''.

Come si sceglie un medico omeopata?

''Io considero la medicina omeopatica una medicina complementare, e credo che la sua utilità risieda soprattutto nel campo della cura di disturbi che non hanno una situazione di acuzie e non sono a rischio, nelle quali l'intervento credo non possa che essere allopatico. Se ci sono disturbi come manifestazioni artrosiche per esempio o dolori cronici, in cui non ci sono terapie elettive penso che la scelta del trattamento omeopatico sia piuttosto casuale, legata a quel sentito dire di altri pazienti con cui venivano scelti i medici tradizionalmente. Consideriamo poi che anche alcuni degli effetti delle terapie cosiddette di alternative sono legati alla capacità dei medici ad orientamento naturopatico di ascoltare e di interagire, di una sorta di psicoterapia psicosomatica che ha un suo effetto specifico''.

Parlavamo prima di farmacoresistenza nel caso dell'influenza; le campagne possono aver sortito un effetto anche più ampio di quello atteso?

''Credo che come sempre bisogna affidarsi ad una diagnosi corretta, senza la quale non ci può essere una prognosi. E senza una prognosi non ci può essere alcuna terapia mirata e appropriata. Dunque se non viene effettuata la diagnosi, quella che per esempio agli esordi può sembrare un'influenza potrebbe rivelarsi una meningite, che a volte può esordire con dei sintomi simili a quelli dell'influenza, come la broncopolmonite batterica. Ed è per questo che la diagnosi è decisiva: il problema è chiedersi se un medico è in grado di fare una diagnosi e la cosa non riguarda solamente i medici omeopati, ma anche quelli di base o anche ospedalieri. L'accuratezza della diagnosi è decisiva, anche se non sempre semplice, per cure appropriate''.

Quanto contano il passaparola e i social nella scelta dell'una o dell'altra terapia?

''La scelta delle terapie, ovviamente, non è un'ideologia e ognuno usa gli strumenti che vuole. Credo che il delirio dell'uso dei social nella scelta di uno specialista sia una cosa non ottimale, perché spesso restituisce informazioni distorte o distorcenti ma credo che ormai sia inevitabile. E anche il passaparola, le impressioni che le persone hanno avuto di questo o quello specialista è importante. Non esiste una formula assoluta, ognuno si basa anche sull'empatia oltre che sul sentito dire. Ma continuo a ritenere che il rapporto medico-paziente fiduciario sia il fattore fiduciario di una buona pratica: se questo non esiste non ci potrà mai essere nemmeno una terapia accettata o affrontata con fiducia''.

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autore / Stefano Ursi
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