Corte dei Conti: fa un 'cuneo' così all'Italia su crescita e tasse

05 aprile 2017 ore 16:25, Luca Lippi
Ripresa “meno fragile” per il Paese, a dirlo la Corte dei Conti. Contestualmente, però, la magistratura contabile sottolinea che il carico fiscale sulle teste degli italiani (privati e non) è troppo elevato, almeno 25 punti sopra la media europea. Questo in sisntesi il ‘Rapporto 2017’ sul coordinamento della finanza pubblica elaborato dai giudici contabili, che affermano: "Finalmente si è usciti da una fase di recessione protrattasi per otto anni". 
Proseguendo nella lettura del rapporto, dove si cita in particolare la ripresa degli investimenti, favorita sia dalle migliorate condizioni finanziarie che dalle misure approntate dal governo, troviamo scritto: "Nonostante le incertezze iniziali, l'andamento dell'economia sembrerebbe aver segnato un'inversione di marcia verso un'espansione meno fragile e più qualitativa".

IL PROBLEMA DELLE TASSE
Tra gli elementi negativi riscontrati dalla magistratura contabile, la pressione fiscale ancora troppo alta rispetto alla media europea, soprattutto fra le imprese, che sono sottoposte ad un carico fiscale complessivo (tasse e contributi diretti ed indiretti) del 64,8%, superiore di 25 punti rispetto alla media europea. 
L'altro problema storico dell'Italia è da rinvenire anche nel cuneo fiscale, che è superiore di ben 10 punti sulla media Ue, attestandosi al 49% del costo complessivo del lavoro. Quasi la metà di quanto pagato dalle imprese per il lavoratore viene dunque prelevata sotto forma di imposte dirette ed indirette e contributi di vario tipo. Un fattore che non rende il lavoro certamente competitivo nel nostro paese.
Corte dei Conti: fa un 'cuneo' così all'Italia su crescita e tasse
DEBITO PUBBLICO 
Il Rapporto passa poi ad esaminare il risanamento dei conti pubblici dell'Italia, ricordando che è "più faticoso" che negli altri paesi europei, ma "necessario", perché si conferma il secondo più alto dopo la Grecia. Il livello del debito va ridotto in modo "non troppo rapido, ma costante", dicono i togati contabili.
Il governo potrà certamente giocare la carta delle dismissioni, sottolinea la Corte, che però non vede effetti "importanti" nel breve-medio periodo e segnala che il puntare solo sulle privatizzazioni e le dismissioni potrebbe addirittura risultare "eccessivamente costoso".
Un faro viene puntato anche sugli introiti della lotta all'evasione, che i giudici criticano perché non determinabile a priori con certezza e non verificabile a consuntivo e quindi di discutibile quantificazione per esser messa a bilancio. In questa parte i giudici contabili hanno anche risposto indirettamente a Padoan che ‘mette a bilancio’ nella ‘manovrina’ le ‘presunte’ entrate dalla rottamazione delle cartelle.

UNA RIFLESSIONE SUL DEBITO PUBBLICO
Il debito pubblico è forse il fardello più pesante che l’Italia si porta dietro. Oltre 2.000 miliardi di euro che fanno del debito italiano il più grande in Europa e il terzo più grande del mondo. Anche in termini relativi la situazione è piuttosto negativa. Il rapporto debito-Pil italiano è del 133,8%, il secondo più grande del mondo dopo quello del Giappone.
Il problema del debito non è la sua grandezza, bensì il suo outlook. E’ crescente. Lo è nonostante gli sforzi per abbassarlo. In teoria, e anche in pratica, l’austerity ha questo scopo: imporre una disciplina di bilancio, raggiungere chiari obiettivi di deficit (pareggio strutturale) e di debito (rapporto inferiore al 60%).
Nonostante i governi che si sono succeduti dallo scoppio della crisi abbiano pedissequamente seguito i dettami dei falchi rigoristi, il nostro debito è addirittura aumentato. Perché? Cosa si cela dietro questo paradosso? La responsabilità va attribuita all’indolenza italica o c’è qualche caratteristica strutturale che ha impedito la riduzione delle passività?
E’ tutto molto semplice: se c’è la crisi, il Pil diminuisce, ma se il Pil diminuisce a diminuire sono anche le entrate (la base imponibile si riduce). Di conseguenza aumenta il deficit e con esso il debito, che non è altro che la somma degli stock di disavanzi.
Se tagli le tasse, aumenti le entrate, quindi in teoria puoi abbassare il debito. Ma se applichi una politica fiscale restrittiva, i consumi decrescono perché i cittadini hanno meno soldi da spendere – se non vengono addirittura licenziati. Di conseguenza, la base imponibile diminuisce e si entra nel circolo vizioso illustrato qualche riga fa.
È un cane che si morde la coda, e allora il debito, paradossalmente, si può ridurre solamente facendo deficit finalizzato allo sviluppo delle infrastrutture, ci sono strade da rifare, ponti da consolidare e territorio da mettere in sicurezza. Tradotto, almeno 25 anni di lavoro e entrate per lo stato.

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autore / Luca Lippi
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