Famiglie, allarme Istat: è rischio povertà. L'emigrazione è ormai all'estero

07 dicembre 2016 ore 16:03, Luca Lippi
L’Istat traccia un’area di crisi che tiene dentro il 28,7% della popolazione, pari a 17,5 milioni di individui, tra chi vive sotto la soglia minima di reddito, chi lavora solo pochi giorni l’anno e chi si trova a dovere rinunciare a spese essenziali.
Questo il quadro della situazione sociale che al momento è stato tracciato da una crisi che non vuole lasciare il Paese.
In sostanza più di una persona su quattro è a rischio povertà o esclusione sociale. Il livello registrato nel 2015 si mantiene sostanzialmente stabile per l’Istituto di statistica, anche se, guardando alle virgole, rispetto all’anno precedente si nota un leggero rialzo (era il 28,3%).
Nel dettaglio
A soffrire di più è il Mezzogiorno, dove il fenomeno coinvolge il 46,4% dei residenti, quasi uno su due. Un valore in rialzo a confronto con il 2014 e notevolmente superiore alla media nazionale. Un’Italia che apparirebbe spaccata quindi, tanto più se si va a vedere nel dettaglio (dal Nord al Sud, ci sono oltre quaranta punti di differenza). 
Il trasferimento allora potrebbe essere la soluzione? Esattamente come succedeva negli anni 70 proprio no, perché gli spazi non sono grandi e le prospettive non sono di sviluppo (o almeno, l’incertezza è superiore alle capacità imprenditoriali di programmare uno sviluppo da costruire sulla crescita).
E allora i trasferimenti in cerca di lavoro si compiono oltre confine, l’Istat ha certificato che il numero degli emigranti ha superato le centomila unità (+15% sul 2014), con meta preferita il Regno Unito, mentre il tasso di mobilità interna è ai minimi da dodici anni.

Famiglie, allarme Istat: è rischio povertà. L'emigrazione è ormai all'estero

L’aumento del tasso di povertà è dunque causato dalla crescita che è troppo lenta e a tratti inesistente, contestualmente cresce il numero delle persone che è costretta a barcamenarsi con un budget sempre più risicato.
Il 19,9% della popolazione vive con un budget di 9.508 euro annui, la cosiddetta soglia a rischio povertà. L’allarme lanciato dall’Istat è che il livello è al massimo da almeno undici anni.
La nota poi prosegue segnalando una situazione di stabilità sulla quota di coloro che si trovano in condizioni di grave deprivazione materiale (11,5%). 
Una formula statistica che racchiude chi manifesta almeno segnali di disagio: dagli arretrati nei pagamenti all’impossibilità di riscaldare casa. Completano il cerchio le famiglie a bassa intensità lavorativa, dove è molto più il tempo trascorso in disoccupazione che a lavoro. Versa in questo stato l’11,7% dei 18-59enni.
L’analisi dei redditi
L’Istat riprende i dati aggiornati al 2014, necessari per tracciare un quadro in movimento; per la prima volta dall’inizio della crisi la curva non guarda più verso il basso
Tuttavia andando oltre la media (2mila euro mensili netti per famiglia), si scopre che dal 2009 le disuguaglianze non hanno fatto altro che crescere, con i più ricchi che guadagnano circa cinque volte di più dei più poveri.
In conclusione, gli obiettivi della strategia 2020 della Ue sembrano sempre più lontani: per centrare il target bisognerebbe portare fuori dalla povertà e dell’esclusione sociale ben 4,5 milioni di persone.
C’è da considerare che all’interno di una famiglia, basta il venire meno di un reddito per dimezzare e ridurre drasticamente la capacità di sopravvivenza, di sicuro i conti non tornano nell’immediato per quanto riguarda un aumento dei contratti di lavoro se questo non serve a stabilizzare la sopravvivenza delle famiglie. È evidente che un dato esclude la veridicità dell’altro, in più, il tasso di natalità sempre più contratto a causa dell’impossibilità di fare progetti da parte di una giovane famiglia, comporta una visione futura piuttosto negativa riguardo lo sviluppo sociale armonico dei prossimi anni.

autore / Luca Lippi
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