I costi dell'Europa e il collasso inevitabile, conviene uscire?

08 maggio 2017 ore 11:31, Luca Lippi
Il problema dell’Europa è l’Eurozona, e ormai il costo di tenerla insieme sta superando il costo di procedere al suo smantellamento.  
Ci sono problemi strutturali alla radice dell’Eurozona, la ragione per cui uno scioglimento consensuale sarebbe preferibile al mantenimento della moneta unica. La struttura stessa dell’Eurozona, non le azioni dei singoli paesi, è alla radice del problema. Tutti i paesi fanno errori, ma il vero problema è la struttura dell’Eurozona. Un sacco di gente dice che ci sono stati errori di gestione politica (tanti, troppi errori!) ma oggettivamente nemmeno le migliori menti economiche del pianeta sarebbero state capaci di far funzionare l’euro. 
Gli Stati Uniti sono composti da 50 stati distinti che usano tutti la stessa moneta, quindi è possibile far funzionare un’unione monetaria. Ma la domanda è: esiste la volontà politica di applicarle, esiste sufficiente solidarietà perché funzionino?
Qualcuno dice che anche se l’euro è stato un errore, i costi di smantellamento potrebbero essere così alti che è meglio spingere per un euro riformato che cercare una “separazione consensuale”. Dare il via all’euro sia stato un errore a suo tempo, con le istituzioni allora disponibili. Ci sarà un costo per smantellarlo, ma da qualunque parte si guardi la situazione, negli ultimi 8 anni l’euro è stato un costo enorme per l’Europa. Il costo di smantellarlo sarebbe gestibile e che stante la situazione attuale, il costo di mantenere insieme l’eurozona è probabilmente più alto del costo di smantellarla.
Il progetto era spinto dalla politica. Non esisteva alcun imperativo economico a creare l’euro. La motivazione era politica, ma i politici non sono stati abbastanza forti da completare il lavoro. Il tutto era basato sulla visione di far avanzare il progetto europeo di integrazione. Ma (a voler essere buoni) non si è capito che non basta volere una cosa, occorre prestare attenzione alle forze e alle leggi economiche.
I costi dell'Europa e il collasso inevitabile, conviene uscire?
Secondo i dati disponibili, l’Europa ha i seguenti costi: quanto costa essere uno stato membro della Ue 
Germania: contributo dato all’Ue 29.376.160.000, contributo ricevuto dall’Ue 13.056.160.000;
Francia:  contributo dato all’Ue 23.291.600.000, contributo ricevuto dall’Ue 14.239.930.002;
Italia: contributo dato all’Ue 17.167.920.000, contributo ricevuto dall’Ue 12.554.260.000;
Spagna: contributo dato all’Ue 11.368.720.000, contributo ricevuto dall’Ue 13.752.180.000;
Paesi Bassi : contributo dato all’Ue 6.552.140.000, contributo ricevuto dall’Ue 2.264.070.000;
Belgio: contributo dato all’Ue 6.552.140.000, contributo ricevuto dall’Ue 2.264.070.000;
Polonia: contributo dato all’Ue 4.214.440.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.617.946.000;
Svezia: contributo dato all’Ue 4.211.480.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.661.000.000;
Austria: contributo dato all’Ue 3.191.420.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.861.960.000;
Danimarca: contributo dato all’Ue 2.899.350.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.434.760.000;
Finlandia: contributo dato all’Ue 2.159.090.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.496.780.000;
Grecia: contributo dato all’Ue 1.906.440.000, contributo ricevuto dall’Ue 7.214.550.000;
Portogallo: contributo dato all’Ue 1.792.960.000, contributo ricevuto dall’Ue 6.162.780.000;
Irlanda: contributo dato all’Ue 1.731.230.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.874.290.000;
Repubblica Ceca: contributo dato all’Ue 1.616.630.000, contributo ricevuto dall’Ue 4.893.120.000;
Romania: contributo dato all’Ue 1.474.290.000, contributo ricevuto dall’Ue 5.560.580.000;
Ungheria: contributo dato all’Ue 1.011.090.000, contributo ricevuto dall’Ue 5.909.830.000;
Slovacchia: contributo dato all’Ue 799.350.000, contributo ricevuto dall’Ue 2.026.080.000;
Bulgaria: contributo dato all’Ue 477.560.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.976.860.000;
Slovenia: contributo dato all’Ue 425.620.000, contributo ricevuto dall’Ue 813.600.000;
Lituania: contributo dato all’Ue 404.770.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.881.210.000;
Lussemburgo: contributo dato all’Ue 321.800.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.598.240.000;
Lettonia: contributo dato all’Ue 269.010.000, contributo ricevuto dall’Ue 1.063.210.000;
Croazia: contributo dato all’Ue 238.240.000, contributo ricevuto dall’Ue 289.960.000;
Estonia: contributo dato all’Ue 211.950.000, contributo ricevuto dall’Ue 973.330.000;
Cipro: contributo dato all’Ue 184.830.000, contributo ricevuto dall’Ue 227.070.000;
Malta: contributo dato all’Ue 86.420.000, contributo ricevuto dall’Ue 173.700.000;
Per quanto riguarda la Brexit: uno dei punti sui quali ha fatto più leva il fronte del leave durante la campagna per il referendum sulla Brexit è stato quello sui costi dell'Ue. Secondo i dati diffusi, e poi smentiti da autorevoli giornali come il Financial times, il Regno Unito spenderebbe 350milioni di sterline a settimana come contributo all'Unione europea.
Sempre secondo lo stesso quotidiano il costo ammonterebbe a 130 sterline a persona all'anno. I contributi all'Ue rappresentano l'1,2% del totale della spesa pubblica in servizi del Regno Unito. Che poi dentro questa leggenda dei conti ci sia anche molta retorica a seconda che a scrivere sia europeista o meno, bisogna sempre tenerne conto.
In ogni caso, questi soldi come sono spesi dall’Ue? Le spese di Bruxelles sono pubbliche, basta collegarsi al sito dedicato al diritto dell’Unione europea e scaricare le 921 pagine con il bilancio 2014 della Commissione. In quel documento, voce per voce, ci sono tutte le spese dei Palazzi comunitari. Eunews.it è riuscito a calcolare i saldi.
Dati aggiornati al 2014, la Commissione e gli enti collegati hanno speso oltre 138 miliardi di euro. Per l’esattezza 138.757.199.012 euro. Di questi, poco meno di due miliardi, 1.883.929.000, se ne sono andati per sostenere i costi per il personale. Solo quello interno, però. E questo perché Bruxelles per assolvere ai suoi compiti si avvale anche di funzionari esterni, a partire dai delegati dei governi nazionali distaccati presso i vari uffici comunitari. E per il personale esterno alla fine del 2014 sono usciti altri 127.846.000 euro.
Al titolo 26 del bilancio (dedicato all’amministrazione della Commissione)il totale uscite è stato oltre un miliardo di euro (1.013. 608.150). All’interno a farla da padrone sono le spese amministrative, che assorbono quasi tutto il capitolo. La voce maggiore di uscita è rappresentata dai 209.265.000 euro per l’acquisto o l’affitto annuale delle sedi a Bruxelles.
I costi dell'Europa e il collasso inevitabile, conviene uscire?
Oltre settanta milioni di euro escono per pagare le polizze assicurative e le utenze relative agli immobili, spese di manutenzione e smaltimento dei rifiuti. Poi escono 32 milioni di euro per pagare i servizi di custodia, sorveglianza e controllo degli accessi, e poco meno di otto milioni per le apparecchiature tecniche in dotazione agli edifici. 
Anche Lussemburgo non è da meno: per gli immobili della sede distaccata, complessivamente il bilancio ha stanziato altri circa 65 milioni di euro.
Balza agli occhi la sproporzione tra alcuni capitoli di spesa rispetto ad altri. Ad esempio tra istruzione e cultura da una parte, e sicurezza e giustizia dall’altra. Il titolo 15, appunto ‘Istruzione e cultura’, pesa sul bilancio per 2.570.366.455 euro.
Il programma Erasmus su tutti, l’Europa spende la bellezza di 1.419.417.292 euro. Obiettivo: ‘Promuovere l’eccellenza e la cooperazione nei settori dell’istruzione, della formazione e della gioventù in Europa, migliorarne l’adeguatezza alle esigenze del mercato del lavoro e rafforzare la partecipazione dei giovani alla vita democratica in Europa’.
Nonostante la minaccia del terrorismo islamico e l’ondata migratoria dalle coste africane che non si placa, ci sono gli ‘appena’ 741.987.040 euro stanziati per il titolo ‘Sicurezza interna’. Praticamente la metà di quanto l’Ue destina all’Erasmus. Per l’ufficio europeo di polizia (Europol) lo stanziamento non arriva a 80 milioni di euro (79.930.000), gli stessi soldi destinati a Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne tante volte evocata dal ministro Angelino Alfano.
Per la ‘prevenzione e la lotta contro la criminalità organizzata transfrontaliera e il miglioramento della gestione dei rischi’, il bilancio europeo non ha messo da parte neanche 150 milioni di euro (148.955.846). Non va meglio alla ‘giustizia’, destinataria di appena 200 milioni di euro nel titolo 33 e, al tempo della minaccia rappresentata dal virus Ebola, ai fondi per ‘migliorare la salute dei cittadini dell’Unione e proteggerli dalle minacce sanitarie transfrontaliere’, che ammontano ad appena 53 milioni di euro (52.870.000).
Più o meno la stessa cifra che esce per la sicurezza, la Commissione accantona per sostenere gli ‘Strumenti di politica estera’ 723.537.553 euro. Per la politica estera e di sicurezza comune sono stati impegnati 314.119.000 euro. Non una grande cifra se paragonata, ad esempio, agli oltre 940 milioni di euro stanziati per gli ‘Affari marittimi e di pesca’, all’interno dei quali Bruxelles ha in animo di istituire i ‘guardiani del mare’, da ricercare tra i ‘membri di equipaggi che non possono più vivere dei proventi della pesca’ e che tuttavia ‘sono in possesso di esperienze e di competenze marittime’.
Gli aiuti: i fondi per la politica estera e la sicurezza sono lontani anche e soprattutto dal quasi miliardo di euro che l’Ue destina al titolo 23, ossia agli ‘Aiuti umanitari e protezione civile’. Di questo miliardo, ben 859.529.000 euro servono per ‘coprire l’assistenza umanitaria e le operazioni di aiuto alimentare di tipo umanitario a favore delle popolazioni di paesi esterni all’Unione vittime di conflitti o catastrofi, sia naturali che di origine umana, o di situazioni critiche analoghe, per tutto il tempo necessario’. Un potenziale pozzo senza fondo, visto che quei soldi servono anche per finanziare ‘studi di fattibilità concernenti operazioni umanitarie’ nonché ‘la supervisione dei progetti di aiuti umanitari, la promozione e lo sviluppo delle iniziative volte a migliorare il coordinamento e la cooperazione’.
I costi per l’Italia: la Corte dei Conti segnala che il divario tra quanto l’Italia versa all’Unione europea e quanto percepisce dalla stessa Ue si sta allargando. Le misure di Bruxelles in favore dell’Italia sono infatti diminuite, nel 2014, del 15,1%, molto più di quanto (-7,5%) sia diminuito il contributo che l’Italia paga quale ‘quota associativa’, per così dire, a Bruxelles.
Nel 2014 per l’Italia il saldo versato/ricevuto è stato negativo per 5,4 miliardi, vale a dire che attraverso i vari programmi di intervento dell’Unione l’Italia ha ricevuto una somma complessiva di 5,4 miliardi inferiore rispetto a quella che ha versato in quanto componente della stessa Ue (15,9 miliardi). L’anno precedente l’Italia aveva già versato più di quanto avesse ricevuto, ma il saldo era stato negativo ‘solo’ per 4,9 miliardi.
L’Italia ha ricevuto meno fondi comunitari per i programmi di ‘Coesione economica, sociale e territoriale’, cioè quelli mirati a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle sue Regioni, e per i programmi ‘Competitività per la crescita e l’occupazione’. I contributi per la coesione economica sono scesi del 30% circa rispetto al 2013, e sono dunque ammontati in tutto a 4 miliardi, quelli per la competitività sono stati inferiori del 21% rispetto all’anno precedente e si sono dunque limitati a un contributo di 700 milioni.
Nel 2014 l’Italia ha pagato 1,2 miliardi per l’Inghilterra, 300 milioni in più (il 29% in più) rispetto al 2013. Questo perché in virtù di un accordo stipulato tra gli Stati dell’allora Cee nel giugno 1984 a Fointanbleau, Londra gode di una serie di esenzioni all’interno della Ue che gli altri soci dell’Unione sono chiamati a compensare. L’Italia non è l’unica a pagare al posto degli inglesi, ma secondo i magistrati contabili, dal 2008 al 2014  la cosiddetta ‘correzione britannica’, cioè il regime di cui beneficia l’Inghilterra, è costata alle casse italiane 6,7 miliardi.
I fondi europei per l’Italia vengono anche spesi male, secondo la Corte dei conti. Le irregolarità fraudolente sono passate da 633 nel 2013 a 710 nel 2014 (da 633 a 710), con una incidenza finanziaria totale, pari a 176 milioni di euro, salita del 74%. Le irregolarità non fraudolente, cioè l’uso malaccorto e irregolare dei fondi europei senza però la consapevolezza e l’intenzione di compiere frodi, sono cresciute nello stesso arco di tempo del 101%.
Detto questo, l’Unione Europea deve anche affrontare le sfide poste dalla Brexit. Alcuni personaggi politici e universitari hanno suggerito che la migliore risposta che la UE possa dare sarebbe di punire il Regno Unito facendone un esempio, in modo da prevenire l’uscita di altri paesi. Questa proposta è una segnale indicativo dei problemi dell’Europa e della UE. Il valore di far parte della UE dovrebbe essere la ragione stessa per cui i popoli dovrebbero volerci rimanere. Dire che l’unica ragione per cui i popoli rimarranno nella UE è perché se ne vanno saranno puniti, non è un argomento persuasivo per l’Europa e certamente non genera solidarietà.
Il problema è che alcuni dei principali leader europei, come Juncker, hanno assunto questo atteggiamento, e il fatto che questo venga dal vertice è ovviamente preoccupante. Particolarmente grave considerando il ruolo di Juncker di responsabile di uno dei più grandi problemi che deve affrontare attualmente l’Europa ‘l’evasione fiscale’ quando era Primo Ministro del Lussemburgo. In teoria, la globalizzazione dovrebbe dare benefici a tutti i Paesi, ma Juncker ha mostrato una forma di globalizzazione che funziona benissimo per un piccolo Paese, a discapito di tutti gli altri. Chiaramente, non capisce come la globalizzazione dovrebbe essere.
Una delle spiegazioni che vengono date della Brexit o della popolarità di politici come Donald Trump è che i governi del mondo hanno ampiamente fallito nel rispondere alle preoccupazioni degli sconfitti della globalizzazione. Anche se la globalizzazione può dare benefici ai paesi in senso generale, certi individui o gruppi possono essere penalizzati da questo processo. 
Una parte del problema è che negli ultimi accordi di scambio internazionale, per esempio, i sistemi sociali guadagnano poco o addirittura escono indeboliti. Questi accordi sono per lo più strumenti nelle mani delle multinazionali. Non si occupano di rivedere le regole del gioco globale, o di avvantaggiare tutti gli individui, cercano invece di cambiare le regole per renderle più favorevoli alle multinazionali.
Lasciare la Ue non immunizza dagli errori nelle scelte politiche. Tuttavia, allo stato dell’arte, i costi sono assai maggiori di quelli che emrgeranno decidendo un’eventuale abbandono dell’eurozona provando a rimettere in moto le dinamiche economie interne sicuramente più conformi alla situazione specifica del singolo Paese. L’esempio pericoloso per la sicurezza della Ue è la Gran Bretagna, e per salvare il salvabile la Ue è stata costretta a ricorrere a un ‘Gate Keeper’ in Francia per non perdere l’ultimo tassello che tiene in piedi tutto il puzzle Ue. Ora però, saranno problemi seri per la l’Italia.
In conclusione, ora l’economia in Occidente sta passando dall’industria ai servizi: l’istruzione, la sanità, la cultura, il turismo, ecc. La cosa interessante è che tra questi settori, molti sono pubblici. Questo è il motivo per cui avremo sempre più bisogno dei nostri governi, ancora più che per l’industria, che già richiedeva l’intervento dello Stato. Il settore pubblico non deve solo dirottare il suo sostegno verso i nuovi settori, ma deve anche rafforzarlo.
Limitare il disavanzo strutturale, come previsto dai trattati europei, funziona quando si è in piena occupazione, ma non quando si è in una fase di recessione. E’ irresponsabile cercare di avere un bilancio in pareggio o addirittura un disavanzo strutturale al 3% in una economia debole.
L’austerità conduce alla recessione. L’austerità in Spagna ha portato alla depressione. di questo passo L'Europa sta andando velocemente verso il collasso, o si introduce una doppia moneta come estrema ratio, oppure nel giro di dieci anni esisterè una Ue molto piccola e in competizione con i Paesi che hanno la loro forza nel manifatturiero.

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autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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