EDITORIALE: Non si fanno figli? Caro Gramellini, manca un'analisi: è dramma culturale

01 agosto 2017 ore 11:40, Fabio Torriero
Massimo Gramellini, sulle colonne del “Corriere della Sera”, pone un tema non da poco: perché non facciamo più figli? La sua domanda nasce da una considerazione (anche qui non da poco): l’indifferenza. L’insensibilità, ad esempio, rispetto alla rilevazione dei ricercatori dell’Università di Gerusalemme secondo la quale il maschio occidentale ha smarrito la metà dei suoi spermatozoi. Gramellini evidenzia, infatti, questo aspetto: “C’è il sospetto che la maggioranza degli occidentali, lungi dal desiderare la propria fine, non ne abbia coscienza”. E via, una sua lunga e interessante dissertazione sulle cause e gli effetti del problema. Che può essere riassunto in tre filoni.
1) Il problema genetico: “Il calo del desiderio evoca le storture di una civiltà sempre meno connessa con i ritmi e le leggi della natura, in cui si parla continuamente di sesso, ma lo si pratica sempre di meno”…
2) Il problema economico: “Il crollo delle nascite potrà anche imputarsi alla crisi economica e alla mancanza di politiche a sostegno della famiglia…”
3) Il problema politico: “Risolini imbarazzanti come è successo a Renzi quando ha varato il dipartimento mamme”.

EDITORIALE: Non si fanno figli? Caro Gramellini, manca un'analisi: è dramma culturale
Manca su tutto, però, il “problema culturale”.
Il gap annuale italiano, di circa 250mila unità, tra morti e nati, non è di oggi (il dato ci condanna a fare la fine degli etruschi). Ma è il risultato di una regressione culturale e storica ben precisa. La graduale attenuazione, fino alla inesorabile scomparsa, della cultura della vita. Non è dimostrato, come afferma la Bonino, che i figli si fanno quando c’è povertà e ignoranza. La leader radicale dovrebbe spiegare come mai da circa un decennio non si fanno adducendo tra le ragioni principali proprio la crisi economica.  
La verità è che i figli si fanno quando ci si riconosce in valori alti (la famiglia, l’appartenenza ad una comunità di destino). Non si fanno, invece, quando prevalgono l’individualismo, l’egoismo, il consumismo, l’edonismo, la fuga da tutto quello che è relazione, sacrificio, dedizione, l’”andare verso l’altro”. Non si fanno quando  la società smette di avere un’idea di futuro (Gramellini opportunamente parla di “senso di missione”). Quando smette di scommettere sulla propria identità. Legittimare (legalizzando o depenalizzando) ad esempio, l’eutanasia, l’aborto, le droghe, i matrimoni e le adozioni gay, da un punto di vista non dei diritti, ma antropologico, non è in soldoni l’esaltazione della sterilità e dell’infertilità? Tale tema ovviamente non è mai affrontato nei dibattiti pubblici e tra opinionisti che contano. Tutti dentro il politicamente e culturalmente corretto. A cosa servono il dipartimento mamme (tra l’altro di tutti i tipi), e qualche spicciolo regalato alle famiglie, se a monte non c’è una cultura pedagogica alla vita, che prima faceva rima con la società cristiana?
E ancora: qualcuno collegherà mai la sterilità pure all’uso sempre più diffuso delle droghe? Molti studiosi lo hanno confermato. Non ne parla nessuno.
E riallargando ai concetti generali, quali sono i valori reali che ci uniscono e connotano come popolo, in mancanza dei quali, a fronte della nostra crescita zero, chi arriva con i barconi dalle guerre e carestie dell’Africa (e non solo) figliando e  moltiplicandosi, finisce per surrogarci? Non a caso la Bonino (e non solo) è per l’apporto massiccio di migranti, come risorsa economica e demografica. Ignorando le ripercussioni nefaste di questa strategia. Il “meticciato” globale, che le caste laiciste chiamano cittadino del mondo, globalizzazione, cosmopolitismo; un disegno (Soros e affini non è poi complottismo per chi analizza la realtà), che in realtà finirà per trasformare tutti (autoctoni e migranti), in apolidi (senza identità culturale, storica, religiosa, familiare), in precari (senza identità sociale, lavorativa), e in liquidi (col gender, senza identità biologica).
L’etno-sostituzione sarà il nuovo business. Una ristretta minoranza di ricchi e una massa sterminata di schiavi (locali e migranti), costretti a lavorare da schiavi, senza tutele, con l’unico dovere, quello di consumare.  
Quindi, tra monetizzare il problema “crescita zero”, analizzarlo con vecchie lenti e non percepirlo, c’è un nesso preoccupante. Ed è utile tornare alle parole di Gramellini: “C’è il sospetto che la maggioranza degli occidentali, lungi dal desiderare la propria fine, non ne abbia coscienza”. Ma se non si ha coscienza del problema (con qualcuno che ha tutto l’interesse a guadagnarci su), il problema (la nostra fine), saremo noi.

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