EDITORIALE, Lavagna: cari Saviano e Gramellini Giò è morto per la droga non per il proibizionismo

16 febbraio 2017 ore 10:55, Fabio Torriero
Caro Massimo Gramellini, nella tua rubrica “Il Caffe” del Corriere della Sera hai concluso con una considerazione emblematica: “Nessuno si impossessi del dolore della madre di Lavagna trasformandolo in una campagna proibizionista”. Ma alla tua frase manca un pezzo, altrettanto importante: “Nessuno si impossessi del dolore della suddetta madre per orchestrare una campagna antiproibizionista”. Come purtroppo è successo dalla rete alle esternazioni di Roberto Saviano ("Usare strumentalmente una tragedia? Un ragazzo si suicida in un Paese dove hashish=tossico=merda. Riflettiamo").

Il tema riguarda, infatti, il difficile mestiere dei genitori in una società secolarizzata, materialista, consumistica, che tende sempre più a banalizzare il bene e il male, a sostituire il vero col falso, a ritenere normale drogarsi, sballarsi, nel nome di una pericolosissima cultura nichilista, ludica, di morte. Anzi, tra qualche tempo qualcuno parlerà di diritto a drogarsi, diritto a morire, diritto a prostituirsi. E, naturalmente, lo farà usando parole dolci, gentili, suadenti, sentimentali, amorevoli: “Sono ragazzi, si divertono, domani
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capiranno… tutti commettono errori”
. Infilando chi non è d’accordo in una narrazione negativa e disumana, da ghetto ideologico. Questa è, d’altra parte, la regola del pensiero unico laicista.

Parliamo dunque, del mestiere dei genitori e della loro responsabilità oggettiva nei confronti dei figli (sancita per diritto costituzionale e naturale); figli sempre più soli, lontani, specialmente quando prendono strade nefaste, autodistruttive. Genitori costretti a combattere un clima lassista, dove l’autorità e la pedagogia della vita sono derise e marginalizzate, se non demonizzate.
Commovente, invece, il discorso della madre di Giò, il sedicenne che si è ucciso, lanciandosi dalla finestra, dopo essere stato trovato con 10 grammi di hashish. A chiamare la Guardia di Finanza proprio lei, impotente per la dipendenza del figlio (oggi le canne possono essere tagliate anche con sostanze come l'eroina, capaci di creare una dipendenza più immediata), stanca di assistere alla sua progressiva autodemolizione (stava smettendo di giocare al calcio, sua grande passione). La droga fa così: ti isola lentamente, ti narcotizza, ti chiude in una monade suicida di te stesso. Ti spezza ogni forza, ogni capacità di concentrazione, di resistenza, di costanza, di progettualità, di sogno. Ben presto si perde ogni legame vero col mondo.
Adesso i social accusano la madre di aver osato turbare la privacy del figlio, di averne causato la morte; di aver osato turbarlo con la presenza cattiva dei Finanzieri.
Quale era l’alternativa? Rassegnarsi? 
Accettare come normale una vita quasi rasoterra, tipica di molti, troppi giovani, che dentro lo sballo (pure da alcol etc) e dipendenza, vivono ai margini della società, apatici, indifferenti, anaffettivi, che né lavorano, né studiano?

La verità è che genitori e figli devono dialogare, la società deve stare vicino alle famiglie; lo Stato, le istituzioni, le agenzie di senso (scuola, chiesa, educatori) devono tornare a dare un senso all’esistenza, non a legittimare di fatto i vizi.
Giò non è morto per colpa della madre o dei Finanzieri (spesso i sani avvertimenti, i piccoli schiaffoni, le paure, salvano la vita dei giovani), ma è morto per l’abisso incomunicante in cui la droga l’ha cacciato. E’ una parola semplice (il giudizio morale non c’entra nulla): la realtà, e la verità vanno chiamate per nome e viste in faccia. Al contrario, la cultura dominante relativizza tutto, fugge, rimuove il dolore, il pericolo, le prove. E certe famiglie fanno il resto: deresponsabilizzano, viziano, proteggono i figli, anziché educarli.
Chiudo con le frasi della madre di Giò: “Grazie Guardia di Finanza per aver ascoltato l’urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi, provando con ogni mezzo a combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi…. Ci vogliono far credere che sia normale fumarsi una canna sino a sballarsi, qualcuno vuole soffocarvi. Giovani riprendete la vostra vita, non sprecate i vostri talenti, mettete giù il cellulare, parlatevi guardandovi negli occhi invece di mandarvi faccine su whatsapp. Per mio figlio è tardi, ma per voi potrebbe non esserlo”.
Un grido d’amore e di dolore che richiama a una dimensione superiore della vita (cristiana per chi ci crede). Un appello rivolto ai coetanei di Giò, alle vittime, ma soprattutto ai tanti, troppi carnefici. 
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