Borsellino, rispondiamo alla figlia Fiammetta sul legame tra massoneria, mafia e istituzioni

19 luglio 2017 ore 10:54, Fabio Torriero
Leonardo Sciascia ha coniato, nel 1987, la più efficace definizione che storia ricordi circa il rapporto tra alcuni apparati dello Stato, servizi deviati, politica e criminalità organizzata: i “professionisti dell’anti-mafia”.
L’anti-mafia, infatti, ha costruito carriere, dal parlamento alla magistratura, al giornalismo, ma soprattutto ha coperto di fatto i più grandi segreti con il depistaggio scientifico. Si chiama tecnica del polverone: fingere di indagare, denunciare, monetizzando il consenso popolare. In una parola, servendo a rovescio proprio lo Stato. Ma quale Stato?

Questa è la sensazione che si rinnova ogni volta che ricorre l’anniversario della morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tante dichiarazioni ufficiali da parte delle supreme autorità istituzionali, tanta retorica fastidiosa, tante manifestazioni, tanti documentari, telefilm impegnati, dibattiti astratti, ma niente sostanza.

La sostanza è che della famosa agenda rossa di Borsellino, sparita abilmente dal teatro dell’attentato in via D’Amelio, il 19 luglio del 1992, dove persero la vita, oltre al giudice, la sua scorta, non se ne sa più nulla. Evidentemente è ancora una fortissima fonte di ricatto per altissimi “insospettabili”. La sostanza è che i processi attivati dal duo Falcone-Borsellino (i legami tra mafia, borsa, appalti e potere economico), sono rimasti lettera morta, come la stessa inchiesta sugli attentati (di via D’Amelio e di Capaci). Nessuno saprà mai la verità sull’accordo tra Cosa nostra e apparati pubblici (deviati o organici?): il progetto di destabilizzazione dello Stato, nel periodo caldo di Tangentopoli e in vista del varo di una superprocura nazionale e di restrizioni legislative per i capi-mafia in carcere.
Basterebbe tutto questo per vanificare l’anniversario della morte di Borsellino. Basta vedere e decodificare l’atteggiamento assunto dalla famiglia, dopo la morte del loro padre. Silenziosa denuncia, amara consapevolezza, distacco e impegno civile ma al di fuori delle dinamiche e dialettiche istituzionali. I fatti sono espliciti e pesano come macigni: i figli del magistrato sempre assenti alle manifestazioni che ricordano la strage e la storia raccontata dei due giudici amici.
Borsellino, rispondiamo alla figlia Fiammetta sul legame tra massoneria, mafia e istituzioni
Non a caso oggi Fiammetta Borsellino, in un’intervista concessa al “Corriere della Sera”
, ha rilanciato: “Mio padre fu lasciato solo, dovrebbe essere l’intero paese a sentire il bisogno di una restituzione della verità…. dopo via D’Amelio il questore La Barbera non ha nemmeno sentito il bisogno di disporre l’esame del dna sulla borsa di mio padre, pur senza l’agenda rossa. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Su via D’Amelio passò una mandria di bufali”. Individuando precise responsabilità: “Abbiamo avuto un pentito balordo della Guadagna e una procura massonica di Caltanissetta guidata all’epoca da Tinebra, Palma, Petralia, Di Matteo. A mio padre stavano a cuore i legami tra mafia, appalti e potere economico. Questa delega gli fu negata dal suo capo Piero Giammanco che decise di assegnargliela con una strana telefonata solo alle 7 del mattino di quel 19 luglio. Lo stesso Giammanco omise di informare mio padre sull’arrivo del tritolo a Palermo”.
Elementi inquietanti che confermano opacità del sistema, reti segrete, connessioni devastanti, su cui non si farà mai forse chiarezza. Dopo i piagnistei e le commemorazioni enfatiche, chi risponderà a Fiammetta?
Se il messaggio di Paolo Borsellino (e anche di Giovanni Falcone) è di onestà, legalità, moralità pubblica e privata, senso dello Stato, la verità deve trionfare. 
Ma sarà mai possibile? Altrimenti non resta che concludere ancora con le parole sconsolate della figlia Fiammetta: “Nessuno si fa vivo con noi, non ci frequenta più nessuno, né un magistrato, né un poliziotto. Si sono dileguati tutti. E con la morte di mia madre hanno finito di controllarci. Mi sembra un paese che preferisce nascondere verità inconfessabili”.
Un atto di dolore, un atto di amore.

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