Catalogna, guerra civile: chi è davvero Puigdemont e perché Salvini sbaglia

21 settembre 2017 ore 11:28, Fabio Torriero
Il “premier” catalano Carles Puigdemont è un pazzo?
Non solo si è spinto troppo in là, ma avrà sulla sua pelle e non su quella del governo centrale di Madrid (che si sta comportando secondo la legge), la responsabilità di trascinare i suoi concittadini, esaltati dalla suggestione indipendentista, nel baratro della guerra civile.
Qui è una questione di fondo.

1) La Costituzione spagnola non prevede il diritto alla secessione. Secondo l’articolo 2 la Spagna “è un regno che federa nazionalità e regioni, laddove le due nazioni sono la Catalogna e i Paesi Baschi”. Nel federalismo istituzionale, quindi, c’è già la concessione di ogni ampia autonomia di cui, d’altra parte, la Catalogna ha beneficiato pienamente.

2) Ne deriva che il referendum è illegale, illegittimo. Come la consultazione che si terrà (o forse no, e il suo risultato sarà meramente simbolico). Non si tratta, ad esempio, dell’iniziativa politica di un partito (non soggetto istituzionale, non ente statale), che richiede tale opzione, esattamente come fece a suo tempo la Lega, quando costituì virtualmente il famoso Parlamento del Nord, dichiarando solennemente la Repubblica padana. Era e restò una fiction elettorale. Ed è molto diverso dallo stesso referendum che tra poco ci sarà per l’autonomia della Lombardia e del Veneto (siamo nell’ambito del decentramento amministrativo, ossia, di un probabile passaggio da regione ordinaria a regione a statuto speciale). Nel caso catalano, il quesito invece, è sovversivo (attenendoci al lessico istituzionale e alla legge spagnola): “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica?”. Due atti inconcepibili: Stato indipendente e repubblica, considerando pure che la Spagna è una monarchia costituzionale.
Catalogna, guerra civile: chi è davvero Puigdemont e perché Salvini sbaglia
3) L’autorità giudiziaria, la Corte Costituzionale e lo Stato spagnolo, hanno fatto bene ad intervenire drasticamente. Cominciando a togliere i fondi centrali (erogati per l’autonomia), che, al contrario, il governo catalano ha usato per il referendum illegale. Il rischio è che naturalmente la suggestione indipendentista, nelle mani di politici demagoghi possa degenerare nell’arrivo dei carri armati di Madrid, con tutto quello che ne seguirebbe.

4) La partita ora è delicatissima: innanzitutto l’opinione pubblica europea non si faccia ingannare. Gli indipendentisti catalani non sono la maggioranza. Alle scorse elezioni ha prevalso il fronte unionista e non quello sovranista (anche se di poco). E per gli effetti di un sistema elettorale complesso, la maggioranza nel parlamentino l’hanno presa gli indipendentisti, condizionati da un partitino di estrema sinistra laicista, radicale e filo-europeista. Puigdemont poi, non è così forte. Ora spera soltanto di compattare gli indipendentisti già convinti con gli indignati (libertari) per l’intervento “autoritario” della Polizia, le perquisizioni e gli arresti “violenti” centrali. Ma nemmeno è forte il conservatore Rajoy, anch’esso a capo di un governo centrale di minoranza, che spera di ricompattare gli spagnoli, cavalcando la paura del secessionismo. 

5) Cosa farà re Felipe? Da supremo garante della Costituzione non può certamente avallare un colpo di Stato e una secessione. Ma da re democratico potrebbe guidare, coordinare una ridefinizione del rapporto tra Madrid e Barcellona. Una specie di riconoscimento dello Stato catalano, indipendente e sovrano, ma liberamente associato alla Spagna. Sarebbe però, un pericoloso salto nel buio. Si è visto quando il re ha marciato contro il terrorismo. Non basta mai. Nemmeno quella è stata l’occasione per unire su basi nuove le istituzioni centrali con la Catalogna, nel nome e nel segno della democrazia. Una parte, non maggioritaria, ma nutrita, l’ha fischiato.

6) Una considerazione storico-culturale va fatta: gli Stati nazionali, frutto dei nazionalismi dell’Ottocento non riescono più a mediare tra il localismo e il globalismo, tra le identità, le piccole patrie e l’Europa. Le due narrazioni, quella globalista e quella sovranista sono speculari, l’una alimenta l’altra. La paura del tutto, genera il ritorno al particolare, all’egoismo. Il particolarismo, dal canto suo, genera l’aspirazione ad una dimensione più vasta. E in mezzo, sta saltando la concezione dello Stato nazionale, come elemento necessario, ma non più sufficiente di equilibrio. E’ un tema che va affrontato seriamente. Altrimenti le spinte sovraniste e quelle globaliste saranno destinate a scontrarsi per sempre in modo cruento, allargandosi a macchia d’olio (Paesi Baschi, fiamminghi, valloni, scozzesi etc).

7) La Lega, infine, non strumentalizzi Barcellona (dimostrando ignoranza e malafede). Specialmente nella sua nuova fase nazionale-lepenista (dovrebbe stare con Madrid). Stia attento Salvini: gli indipendentisti catalani sono radical, laicisti, liberisti, filo-europeisti. La loro secessione è attualmente molto poco storica e molto più economica (data la sua indubbia ricchezza). Questi indipendentisti parteggiano per quell’Europa e per quei valori che Salvini in Italia contesta. L’ha capito o è in odore di compromesso con Berlusconi?  

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