Genova, morte 16enne per droga. Caro Polito, cultura liberal deve fare mea culpa

31 luglio 2017 ore 13:15, Fabio Torriero
Finalmente qualcuno, tra i “produttori di opinione”, sta cominciando ad occuparsi sul serio della “droga che uccide”. E lo fa senza impostazioni ideologiche preconcette. Forse perché, il fatto di avere figli, pone chi scrive in un’altra ottica. Ben più profonda. Quando si è padri, infatti, la verità del bene e del male, del falso e del vero, si guarda in faccia e si chiama per nome. Non si fa come lo struzzo. La preoccupazione pedagogica, la ricerca di senso della vita, da trasmettere, diventano prioritarie. E soprattutto, il timore che i problemi dei figli non siano editoriali astratti, ma vita concreta.
Antonio Polito, sulle colonne del “Corriere della Sera”, da tempo ci sta abituando ad articoli di buon senso. Se ne sentiva la mancanza da parte della classe giornalistica. Analisi le sue, non circostanziate agli angusti recinti della contrapposizione tra proibizionisti e antiproibizionisti.
Genova, morte 16enne per droga. Caro Polito, cultura liberal deve fare mea culpa
La ragionevolezza è ragionevolezza
. E il caso in questione, l’ennesimo, quello della sedicenne Adele De Vincenzi, morta a Genova, a causa di una pasticca di ecstasy, presa a casa di un amico, insieme al suo fidanzato Sergio Bernardin, sconvolge e fa riflettere. Il fidanzato e l’amico (Gabriele Rigotti), secondo gli inquirenti, avrebbero comprato la droga, per allietare e alterare una festa privata. Sono stati arrestati per spaccio aggravato e morte. In quanto maggiorenni, sono responsabili.
L’atto di accusa di Polito è forte e chiaro: “Il fatto è che la nostra soglia di tolleranza sulle droghe si è abbassata… abbiamo fatto nostra una distinzione che proviene da un’epoca lontana, quella tra droghe leggere e pesanti che forse non ha più riscontro né nelle logiche di mercato, né in quelle dei ragazzi che ne fanno uso. Di conseguenza, la nostra cultura ha abbassato la guardia, ha preso ad accettare come normale la voglia dei giovani di sballarsi…. Tra l’accettare come normale  questa ansia di evasione dei nostri figli, e accettare l’uso delle sostanze stupefacenti più leggere, il passo non è lungo. Al Sert di Genova ci sono un centinaio di ragazzi in cura tra i 13 e i 19 anni "con dipendenze soprattutto da hashish”.
Ora, qualche illuminato e progressista sociologo continuerà a dire che la differenza tra droghe leggere e pesanti resta. E che l’hashish è curativo. I fautori della liberalizzazione delle droghe leggere continueranno a sostenere che per ridimensionare il dramma-droga occorre scippare alla criminalità il mercato degli stupefacenti e che i suoi proventi possono corroborare il nostro Pil (in omaggio al principio liberal e radical del “pecunia non olet”), e magari arrivando a fornire alle istituzioni i soldi per curare i ragazzi a disintossicarsi: come dire, prima ti do la droga, poi ti curo dalla droga.
La triste vicenda di Genova, può fare il paio con mille casi di cronaca. Come ad esempio, quello accaduto ieri a Roma: “Gang di minorenni scatenata, per non pagare il biglietto, devastano la stazione di Roma Lido, ferita la guardia giurata che tentava di bloccarli”. Anche qui, ragazzi in preda ai fumi dell’alcol e della droga.
E pure qui, le ricette che sentiamo è che legalizzeranno la droga, ma scrivendo sul pacchetto (come per le sigarette) che “fa male, che uccide”. Così la buona coscienza laicista sarà salva. La stessa schizofrenia che porta lo Stato ad emanare leggi restrittive sugli omicidi stradali (con relativi aggravanti, causati dall’alcol e dalla droga), ma che non fa nulla per curarne le cause (intervenendo veramente su tali piaghe).
Proprio questo è il tema. Antonio Polito dovrebbe fare un passo in avanti: quale cultura impedisce questo senso del bene comune, la priorità della salute pubblica sul diritto soggettivo a drogarsi, prostituirsi, suicidarsi (argomenti ricorrenti nel lessico buonista attuale)? Quale cultura ha relativizzato il bene e il male, mistificando tolleranza e misericordia?
Proprio quella cultura liberal di cui oggi viviamo l’ultima declinazione o degenerazione: la società delle pulsioni dell’io. L’individualismo assoluto, coniugato al materialismo, al relativismo etico. Un ibrido tra liberismo e ’68 (la demolizione di doveri, dell’autorità, in primis paterna, la libertà libertaria, la sperimentazione etc). La cultura del consumo illimitato che crea automaticamente modelli esistenziali e stili di vita senza più riferimenti alti. Tutto ridotto a merce e a cose. La vita come una vetrina dove si compra e si vende, si consuma e si brucia tutto, nello spazio di un nanosecondo.
Questo abisso lo aveva capito perfettamente Pier Paolo Pasolini. Già nel 1974. Basta rileggere “Lettere Luterane e Scritti Corsari”.    
Un segno tangibile di ciò? La comunicazione di Marco Rigotti, il padre di Gabriele, il ragazzo coinvolto che, appena arrestato, chiamando dalla Questura gli aveva detto al telefono “papà è scoppiato un casino”. Un padre che si pente subito di averlo insultato: ”Adesso vorrei abbracciarlo, dirgli che non lo lasceremo mai solo, che gli errori si pagano”. 
Ecco, in queste due comunicazioni c’è tutto il fallimento culturale di oggi. Figli che non vedono la realtà per quella che è (vivono dentro bolle virtuali autoreferenziali e autocentrate), la minimizzano e relativizzano. Genitori che, nel nome di un affetto sentimentaloide, parlando di errori non li chiamano per nome (omicidi, perché una persona non c'è più). 
Genitori che si pentono di essere autorevoli. Genitori assenti e intrisi di buonismo. I cui sensi di colpa prevalgono sulla pedagogia. E a proposito di cannabis sono possibilisti: "Con mio figlio abbiamo parlato di droga qualche volta. Gli ho detto che uno spinello una volta ogni tanto potevo accettarlo (...)".
Non è questo, caro Polito, il frutto di una cultura ben precisa? Prima si risale alle cause, poi si può intervenire con decisione ed efficacia. Come padri e come cittadini.

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