Catalogna, Torriero: "Re dem contro l’individualismo fascista dei catalani"

04 ottobre 2017 ore 11:06, Fabio Torriero
Il re costituzionale ha fatto il re costituzionale. Ora la palla spetta al presidente catalano Carles Puigdemont: o torna a 'cuccia' o proclama, come sembra, la secessione (e sarà isolato dal resto della Spagna, abbandonato dalla Ue), assumendosi la responsabilità del bagno rivoluzionario di sangue e dei morti che certamente ci saranno; cittadini innocenti, illusi da una follia collettiva. Speriamo che torni e prevalga la lucidità e la razionalità. Ma considerando il tasso di cieca demagogia dei dirigenti catalani, ne dubito. In un duro e giusto discorso alla nazione ieri sera Felipe VI (con dietro opportunamente la bandiera spagnola e quella europea), ha rimesso in ordine le parole-chiave che reggono qualsiasi convivenza civile degna di nota. E che devono essere chiare per tutti, quando si partecipa (come avviene in Italia) alle opposte tifoserie che denotano solo tanta mediocrità di analisi e malafede elettorale. E’ lo scontro tra il concetto di Stato, di bene comune, di regole collettive e quello di individuo assoluto, autodeterminato, secondo le sue pulsioni del momento, spesso ideologiche o meramente economiche.
Catalogna, Torriero: 'Re dem contro l’individualismo fascista dei catalani'

“Catalogna irresponsabile, sleale, difenderemo la Costituzione e l’unità dello Stato, violazione delle regole democratiche, gli indipendentisti si sono appropriati delle istituzioni catalane” etc. Nessun accenno alle “violenze” della polizia? Normale.
Vediamo di decodificare le parole del re.

1) Non c’è democrazia senza legalità. I diritti sono regolati dalla legge e dalle Costituzioni votate dai popoli (nel caso spagnolo, anche dai catalani nel 1978. Ricordiamo a chi non lo sa: lo Stato spagnolo è composto per l’articolo 2 da regioni e nazionalità, la Catalogna ha già, come l’Aragona, i Paesi Baschi etc, la sua indipendenza, ma nel quadro dello Stato unitario). Il referendum catalano, quindi, è illegale, illegittimo e incostituzionale. Il suo quesito è sovversivo  (Stato indipendente dalla Spagna e repubblica). La secessione non è prevista dalla Costituzione. La libertà al di fuori della legalità è libertarismo, sovversione, anarchia e tirannia delle masse. E’ Robespierre. 
2) Al contrario, la repressione (le cosiddette violenze della Guardia Civil, che hanno turbato la coscienza dei pacifisti nostrani, tra l’altro pure con il sospetto ora di foto taroccate e filmati falsi girati dagli attivisti di Barcellona), quando è finalizzata a difendere l’ordine costituzionale, è legittima. E’ repressione democratica, esattamente come quando il governo italiano ha represso il nostro terrorismo o per molto meno, con i carrarmati la rivolta di Reggio Calabria (dei Boia chi molla), a causa di un semplice spostamento di un capoluogo di provincia (da Reggio a Cosenza). La repressione, invece, è illegittima quando comprime le libertà previste dalla Costituzione. Ma non è il caso della Spagna.
3) Il derby Madrid-Barcellona poi, oltre al dato costituzionale e politico, è più profondo e riguarda le trasformazioni socio-culturali in atto in Europa. Riguarda l’erosione dello Stato e delle sovranità nazionali, sballottate tra i particolarismi, i localismi tribali (che da tempo hanno perso il dna tradizionalista,  storico, identitario, assumendo la fisionomia di rivendicazioni sempre più egoistiche ed economiche), e il globalismo utopistico di stampo mondialista, che sta impoverendo i continenti (trasformandoci in apolidi senza identità storiche, culturali, religiose, in precari, senza identità lavorativa e in liquidi -  vedi il gender - senza identità biologica). Andiamo a spulciare i finanziamenti della Fondazione di Soros (il guru del governo mondiale dell’economia, del cosmopolitismo meticcio) in Catalogna per rendercene conto. La stessa Ue è in difficoltà: da un lato, mira a polverizzare le identità statuali, le sovranità nazionali (preferendo le regioni), dall’altro, teme le conseguenze di questo sommovimento (l’effetto polveriera che dalla Catalogna condizionerà inevitabilmente i Paesi Baschi, la Scozia, i fiamminghi, i valloni, il Tirolo e via dicendo). Non dimentichiamo che la Ue poggia la sua esistenza sui trattati stipulati con gli Stati nazionali, non con le regioni. Se crollano i primi crolla pure la Ue. 
4) Infine, in ballo c’è lo scontro tra lo Stato, visto come garante delle libertà di tutti e non di pochi, come l’organizzatore del bene comune, laddove l’interesse generale prevale sull’interesse dei singoli. In una parola, lo Stato come autorità legittima. Mi riferisco al primato del pubblico sul privato. Una valore che va recuperato. Nel discorso di re Felipe VI c’è stato questo. Una falsa narrazione ideologica ha creato in Europa un’ostilità crescente (il mix tra individualismo liberale e libertarismo sessantottino), verso lo Stato come principio (confondendo Stato con statalismo, Stato sociale con assistenzialismo, ossia il dato concettuale istituzionale con la sua degenerazione dovuta all’occupazione politica dello Stato medesimo ad opera dei partiti). Infezione ideologica che ha scardinato il principio dell’autorità (dal capo dello Stato, al vigile urbano, al poliziotto, al preside della scuola, ai professori, alle regole, all’arbitro di calcio), disegnato come insopportabile sopruso e attentato alla libertà (mischiando autorità con autoritarismo, sinonimo di fascismo). E il risultato concreto, ad esempio, è la rivolta catalana: l’individualismo di massa, intollerante a qualsiasi freno che censura la repressione della Guardia Civil, ma che orchestra (come si avvia a orchestrare) una nuova dittatura dal basso. In pochi ricordano che alle scorse elezioni catalane la maggioranza dei voti (non dei seggi), l’hanno ottenuta gli unionisti (a proposito di democrazia vera). A quella parte matura si è rivolto ieri Felipe VI. Altrimenti non resta che applicare l'articolo 155 della Costituzione spagnola: ossia l'obbligo forzato a rispettare la legalità e l'eventuale sostituzione dei vertici catalani con un commissario nominato da Madrid che porti i cittadini a nuove elezioni. 

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