La marcia su Roma di Forza Nuova. I veri patrioti sono i partigiani… tricolore

06 settembre 2017 ore 12:36, Fabio Torriero
Il 28 ottobre Forza Nuova ha organizzato la marcia su Roma. La nuova marcia su Roma. Dal 1922 al 2017: quando si dice la forza dell’evocazione storica, che con l’ausilio della rete, diventerà un evento mediatico. Contro e pro.
Contro, perché scatenerà tutta la solita retorica democratica che spesso si trasforma in “nazismo rovesciato” (come i contestatori seriali di Trump che in nome della democrazia negano sulle piazze il voto democratico Usa liberamente espresso). E’ la “sindrome di Robespierre” che uccide, sopprime, chi è meno democratico. Non è sotto le insegne di Libertè-Egalitè-Fraternitè che i giacobini hanno perpetrato il primo grande genocidio della storia (200mila vandeani massacrati dai blu)?
Chi scrive, infatti, è fermamente contrario ad esempio, alle recente iniziativa legislativa del dem Fiano, mirata a irrobustire quel divieto di ricostituzione del partito fascista (per questo ci sono già leggi ad hoc, e c’è ancora la 12esima norma transitoria e finale della Costituzione).
La verità è che la sinistra, in tutte le sue sfaccettature moderate o radicali, quando perde sugli argomenti “governativi” (sicurezza, immigrazione, identità nazionale), rispolvera il solito antifascismo di mestiere e di maniera che rende oggi sempre meno.
La marcia su Roma, poi, scatenerà anche i pro: ma si tratta di becerume da stadio, di tifoserie mediocri, di pulsioni basse mascherate da idee e basate sulla paura; argomento che non merita nemmeno un commento degno di nota.
E poi, di marce non se ne può più. Non è stato anche Grillo a evocarla durante i giorni concitati e difficili della nomination presidenziale che riportò Napolitano al Colle? La sua doveva essere una manifestazione appunto giacobina, contro i corrotti e i ladri del potere. Una farsa populista subito ridimensionata dalle Forze dell’Ordine e dalle istituzioni statali. E subito rientrata. Ma la comunicazione di Grillo è stata indubbiamente littoria. E chi semina vento raccoglie tempesta: incanaglisce il paese.
Ma siccome il 28 ottobre resta il 28 ottobre, e siccome Intelligo, come da mission, cerca di attualizzare la storia, quella vera, e non fa ideologia della storia, usando il passato come clava politica, vorrei ricordare un filone della nostra auto-biografia nazionale, che spesso viene dimenticata o non sufficientemente ricordata nei nostri libri di testo (quasi tutti di parte). E da riscrivere. 
Mi riferisco alla componente partigiana, definita bianca, o autonoma, dei liberali, dei cattolici, dei monarchici, che combatterono realmente per la libertà e l’indipendenza nazionale, contro il nazi-fascismo, ma senza subire le sirene del comunismo (le brigate Garibaldi), di quella componente partigiana (i gappisti), che sognò Baffone (sbagliando in buona fede), vedendo nella Russia l’eden dei lavoratori e che riuscì solamente a svendere lembi della nostra sovranità a Tito.
Quella Brigata Garibaldi responsabile della strage di Porzus, ossia, della morte di altri partigiani non rossi, barbaricamente trucidati perché seguivano un’altra linea e strategia resistenziale, la stessa di Salvo D’Acquisto, di Giorgio Perlasca (ha salvato 5mila ebrei), di Edgardo Sogno (capo della Brigate Franchi e Mauri), del generale della Rovere.
Insomma, i veri patrioti non sono i post-fascisti o neo fascisti di Forza Nuova, ma i partigiani tricolore.
Come Domenico Librandi (nell’immagine il certificato che ne attesta i meriti personali), il padre dell’onorevole Gianfranco Librandi, cioè il mitico “comandante Mico”. Appartenente, infatti, a quei partigiani che hanno messo sopra tutto l’Italia e la patria. Cosa che prima di loro e dopo di loro, in pochi hanno fatto.

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