ESCLUSIVA/Croce rossa, UNA GIORNATA NEL CENTRO MIGRANTI DI VIA RAMAZZINI - VIDEO

29 maggio 2017 ore 16:19, Fabio Torriero
Sole accecante, erba rada, polvere che sale ad altezza d’uomo e tende grigio-verde che solo a vederle mettono caldo… “brividi da calura”. Fondono e confondono la testa, le teste, i pensieri. Di chiunque. E poi, oggi a Roma ci sono quasi 27 gradi, l’estate si annuncia torrida, ma anche l’inverno sarà un dramma. Dal caldo torrido al freddo lancinante. E loro, gli ospiti, i migranti, senegalesi, nigeriani, del Mali, del Gambia, asiatici, in Italia per miseria o guerre, a torso nudo, o vestiti con semplici magliette, si aggirano, da soli o in piccoli gruppi, in silenzio e a voce bassa, escono dalle loro case di fortuna, si lavano, fanno servizi. Puliscono i perimetri assegnati. 
Tutto secondo una regola stabilita dai volontari e dai responsabili della Croce Rossa. In mezzo, tra una quarantina di tende (fornite dal ministero dell’Interno), ne spicca una nuova, fornita da “progetto Ikea”. Più solida e impermeabile. Se funzionerà potrebbe essere la soluzione per la stagione fredda. Il campo sembra piuttosto un accampamento  modello-boy scout. Borse, scatole, pacchi, e tante, tante scarpe all’entrata di ogni tenda. Ma su una, verso la fine della fila, spicca una bandiera americana, messa di sbieco un po’ icona di un sogno e un po’ coperta per distinguere la tenda.
ESCLUSIVA/Croce rossa, UNA GIORNATA NEL CENTRO MIGRANTI DI VIA RAMAZZINI - VIDEO
 Il sogno, la speranza di andare lontano, nella civiltà del benessere (o presunta tale), per non restare nella realtà, quella del mare, degli scafisti, dei centri, quasi prigioni del corpo e dello spirito.
Sole, fatica, polvere e stanchezza, ma anche occhi e mani, gesti, guizzi di vita. Occhi che guardano, scrutano, fuggono, ostili, diffidenti, bisognosi d’amore. 
Questa appena descritta è l’“umanità di passaggio” di via Ramazzini in Roma. Il campo della Croce Rossa che IntelligoNews ha visitato e documentato in un’assolata giornata di maggio, esattamente il 23 maggio.
Un campo che ha diviso i cittadini in guelfi e ghibellini, in pregiudizialmente aperti a tutti (la mistica dell’accoglienza, guai a parlare male di ogni struttura di accoglienza); e in pregiudizialmente chiusi ai migranti, ritenuti fonte di ogni male: droga, cronaca nera, invasione etnica, stupri, perdita di identità degli italiani, rapine, scippi etc.
Prova ne è stata all’indomani di un presunto stupro ad opera di un ospite della struttura: fatto che ha scatenato manifestazioni di protesta da parte di alcuni comitati di quartiere.
Un’opera meritoria quella della Cri, privatizzata di recente, alla ricerca di una sua nuova mission. Un’istituzione storica che rischia di perdere efficienza, a causa delle classiche situazioni transitorie dal punto di vista amministrativo.
Se facciamo i conti la Cri riceve dalla Prefettura (come rimborso) 35 euro al giorno per ospite (tutto tramite gara e successive convenzioni). Moltiplicato per i circa 400 ospiti di via Ramazzini, la collettività paga 14mila euro al giorno, ossia 420mila euro al mese. Quasi 5 milioni di euro all’anno. E solo per via Ramazzini.
Una cifra ragguardevole, considerando l’aura di sospetti che ormai circonda quello che il sistema mediatico chiama il business dell’immigrazione, soprattutto dopo il clamore suscitato dall’inchiesta sulle Ong da parte del pm Zuccaro.
Il sospetto che “i buoni possano diventare i cattivi”, con tutte le conseguenze del caso, è purtroppo un patrimonio acquisito nella percezione dell’opinione pubblica.
Si può speculare sui drammi umani? I dirigenti della Cri da noi intervistati ovviamente ribadiscono che non c’entrano con la questione Ong. Ed è talmente ovvio che sembra persino banale confermarlo. Sono i fatti a parlare.
Mi ha colpito, poi, l’umanità e la professionalità di Pietro Giulio Mariani, direttore della Cri Roma e di Lino Posteraro, responsabile della attività sociali.
Conversando con lui, è emerso un tema non da poco: l’umanità, la solidarietà, non possono essere valori separati dall’identità di ogni uomo, che ha e deve continuare ad avere, un’appartenenza storica, culturale, familiare, religiosa. Una falsa contrapposizione ideologica tra muri e ponti, sta producendo una narrazione che tende da una parte, a considerare le identità come egoismi, nazionalismi, frontiere chiuse; e dall’altra, il globalismo umanitario come un dogma, una categoria morale, che invece può nascondere il disegno di una società mondiale cosmopolita (in realtà apolide, precaria, liquida), dove tutti saranno schiavi dell’economia, migranti e autoctoni.
Io credo che invece, nessuno debba vergognarsi delle differenze, delle identità. Chi sa chi è non ha paura dell’altro.
Ecco, l’uomo che non si nasconde, non deve fare come un giovane ospite di via Ramazzini che, portando  al collo un ciondolo raffigurante lo sceicco islamico Baye Niasse (un sufi, gnostico musulmano, noto panafricanista), si è ritratto per timore di essere considerato un fiancheggiatore dei terroristi.
Nessuno deve vergognarsi della propria religione, cristiana (visto che, tra l’altro, viene perseguitato, ucciso un cattolico nel mondo ogni 5 minuti), né islamica, induista, ortodossa etc.
E nessuno deve alimentare guerre di religione. Se ogni tanto i buoni diventano cattivi, almeno i pazzi che usano la religione o il laicismo, l’ateismo, o le ideologie per fare le guerre (della serie, esportare la democrazia), almeno restino pazzi e si distinguano chiaramente dai normali, dai disperati, dalle vittime.
Vittime (nel nostro caso) di politiche folli di integrazione che si sono unicamente concentrate sulla questione sociale e giuridica (basta trovare lavoro e rispettare le leggi), e non hanno mai pensato all’integrazione culturale. Perché avrebbe comportato l’individuazione di elementi di sintesi tra le diverse culture, ma anche di incompatibilità. E questo aspetto era ed è impensabile per la cultura progressista (pena il suo fallimento), basata sulla mistica dell’accoglienza e il mito del cosmopolitismo, organico troppo spesso, come si è visto, anche al business dell’immigrazione.
Una cosa è certa: persone umane non possono vivere ammassate in campi disumani. E il dato che i terroristi islamici siano tutti di terza o quarta generazione (solo qualcuno è arrivato e tornato dai famosi barconi), cittadini mai veramente integrati, una riflessione dovrà pur farla l’Occidente senza identità, che pensa solo alla superiorità dello stile di vita, intendendo soltanto il diritto all’aperitivo, ad andare al ristorante, a ballare o ascoltare musica.

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